Erasmo Pisano


Erasmo Pisano, un uomo sospeso tra la prima, incerta maturità dei quarant’anni, e l’incipiente saggezza dei cinquanta, era il proprietario di una locanda senza insegna e senza nome, da tutti conosciuta come la trattoria “da Pippo”.
Sulle origini di questo nome erano sorte, nel tempo, diverse teorie.
La prima, risalente agli albori del locale, che era situato in una casa di corte dell’ ottocento, individuava l’etimologia del nome nel primo proprietario, il signor Giuseppe, detto Peppo e storpiato poi in Pippo; un’altra attribuiva la paternità dell’intestazione ad un mitico avventore ormai scomparso, tale Pippo Umberti, uomo di grandi mangiate e di ancor  più grandi bevute, divenuto l’emblema della locanda.
L’aspetto dinoccolato dell’attuale proprietario, che lo faceva assomigliare vagamente ad un fumetto disneyano, contribuiva a  mantenere in vita lo storico soprannome, ammantandolo di nuovi significati.
Da personaggio dei fumetti era anche il sottile humour inglese di cui era dotato  il proprietario della locanda, divenuta negli anni l’approdo di coloro che, dopo una giornata frenetica e colma di doveri, desideravano trovare un luogo dai ritmi più umani, dove gustare il piacere della buona tavola e dell’ottima compagnia.
Uomo di lettere convertito all’arte dei fornelli, grande conoscitore di Dante, che citava a memoria con la stessa facilità con la quale elencava, a chi lo chiedesse, i complicati passaggi di una delle sue ricette , Erasmo Pisano era , dai tempi del liceo, uno dei più cari amici di Miomarito.
La loro era una di quelle amicizie tra uomini, fatta di  confidenze rare e frequenti silenzi, resi eloquenti dalla certezza condivisa di esserci l’uno per l’altro, nel momento del bisogno.
Per questo, e per la passione da lui segretamente provata per la buona cucina, Miomarito si recava volentieri nel locale dell’amico, per cene di lavoro, per festeggiare ricorrenze, a volte solo per scambiare due chiacchiere.
Cheddonna, maestra di moda e galateo, ambasciatrice di grandi cause umanitarie e regina indiscussa della casa, ai fornelli non poteva fregiarsi di alcun titolo, se non  forse quello di “gran scongelatrice” o di “sacerdotessa del microoonde”, la qual cosa  la indispettiva moltissimo.  Forse per questo non aveva mai potuto sopportare quell’amico di Miomarito tanto più bravo di lei in cucina, che aveva pure scritto un libro di ricette! Ciononostante bisognava ammettere che riusciva abilmente a dissimulare questo suo piccolo difetto, ricorrendo spesso alla rosticceria sotto casa, dove acquistava ogni bendiddio  da offrire ai suoi ammirati ed ignari ospiti, che puntualmente  le chiedevano quale fosse il suo segreto.
Allora Cheddonna sorrideva compiaciuta, si faceva un po’ pregare, poi correva a tirar fuori dal cassetto un libro di ricette opportunamente privato della copertina e, solo per un momento, ringraziava Erasmo Pisano per averglielo regalato.

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