“La verità è che vorrei tanto trovare qualcosa di bello da fare…”  buttò lì Cheddolce, con voce querula,   mentre beveva un caffè a casa di  Cheddonna.
“Ma non vai già al corso di Pilates e a quello di ricamo, mentre i ragazzi sono a scuola?” si informò la sorella.
“Si, certo, tre mattine alla settimana, e la quarta tra parrucchiere ed estetista mi vola via in un soffio, ma al martedì non  ho impegni e mi annoio terribilmente!”insistette lei, con aria grave.
“Hai mai pensato di fare del volontariato? Noi della onlus “Aiuta, che il Ciel ti aiuta” ci riuniamo una volta al mese a casa mia per raccogliere vestiti usati per i poveri, e intanto facciamo  il cambio di stagione. Potresti unirti a noi!”
“Preferirei lavorare con i bambini, sai che li adoro!”
“Beh, qui in città c’è un centro per bambini maltrattati..”
“Oh, no, non ce la farei mai a guardarli negli occhi…”
“La pediatria cerca sempre volontari per far giocare i piccoli…”
“Ma cara, sai che io sono cagionevole di salute! Mi ammalerei in continuazione!”
“I bambini disabili, allora!” Cheddonna cominciava a dare segni di impazienza.
“Troppo impegnativo…”
“Ho trovato! Il canile! A te sono sempre piaciuti gli animali.  Ti ricordi la Gloria? Sua nonna giocava a carte con Nonnanenna, prima che la ricoverassero alla casa di riposo. Ci va tutti e sabati e le domeniche”
“A trovare sua nonna?” si informò Cheddolce.
“Ma no, a far passeggiare i cani!”

La borsa aveva cominciato improvvisamente a oscillare, facendo credere a Cheddonna che una nuova scossa di terremoto avesse colpito il nord Italia. Dopo aver constatato che tutto il resto della stanza era fermo al suo posto, Cheddonna, preso il coraggio a due mani, frugò nella borsa alla ricerca della causa di quella strana agitazione e si ritrovò in mano il telefonino.
Quello che vide la terrorizzò. Sullo schermo era apparsa la scritta NUCLEUS, a lettere cubitali e in un minacciosissimo rosso pompeiano, e una serie di numeri e cancelletti che, a intermittenza, illuminavano la stanza di bagliori sinistri. Il cellulare vibrava come la centrifuga di  una lavatrice e, per quanti tentativi facesse, Cheddonna non riusciva a spegnerlo.
Pensò che l’unica soluzione fosse quella di togliere la batteria, ma il mostro touch screen non dava segno di volersi arrendere e minacciava di esplodere da un momento all’altro.
Armata di una sciarpa e di un paio di guanti, per proteggersi da una ormai probabile deflagrazione, Cheddonna circondò la creatura digitale e la immobilizzò, riuscendo ad arrivare al suo cuore.
Di colpo il telefonino si placò, la terribile iscrizione scomparve e calò un silenzio quasi irreale.
Cheddonna pensò che fosse morto. Con cautela, e con segreta la speranza che si fosse trattato solo di un incubo, inserì nuovamente la batteria e digitò il codice d’accesso. Sul display apparve la scritta” Hallo!” e la solita schermata iniziale, come se nulla fosse successo.
Cheddonna rimase qualche istante a fissarlo, incerta sul da farsi …poi decise che, da quel giorno, avrebbe usato sempre l’auricolare.

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Come ogni anno qualcuno gliela aveva regalata, con un sorriso e un augurio avvolti nel cellophane. Come ogni anno aveva ringraziato e sorriso, divertita dalla sua  forma bizzarra e vaporosa, dal suo color evidenziatore, e aveva pensato  che era un peccato  avesse quell’odore così stonato.

Come ogni anno aveva cercato un vaso che ne esaltasse la forma e l’aveva posto in bella vista, sul tavolo.

E, come ogni anno, la mattina dopo l’aveva trovata indurita e spenta, come una lampadina bruciata:lo spettro di  un fiore.

Nel gettarla via Cheddonna pensava che la mimosa era uno scherzo  di carnevale in ritardo, o un pesce d’aprile anticipato…un imbroglio, insomma, come quell’otto marzo che, per fortuna, anche per quell’anno era passato.

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A Cheddonna non erano mai piaciuti i cantautori. Li trovava insopportabilmente noiosi, sempre tesi ad apparire intelligenti ad ogni costo, seri al limite della musoneria: vecchi, in una parola.
Lei era senza dubbio molto più rock: le piacevano quelle canzoni di cui non sempre riusciva ad afferrare tutto il testo, ma forse  così era anche meglio.
Eppure le canzoni di quel nanetto con gli occhiali, dalla voce  graffiante come la puntina di un giradischi, erano, suo malgrado, parte della colonna sonora della sua vita fin da quando era bambina.
Non poteva definirsi una sua ammiratrice, ma…sì, in fondo quell’omino “piccolo così” le era simpatico, forse per quei suoi occhietti curiosi e dissacranti, forse per la sua ironia sferzante  e malinconica, eppure leggera leggera.
Dopo  la notizia della sua morte alla radio c’era Caruso e  all’improvviso a Cheddonna  spuntò una lacrima… e lei credette di affogare.

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