Perfezione effimera


A Nonnanenna piacevano le mezze stagioni o, per meglio dire, quei brevi assaggi di primavera e autunno che inframezzavano, ormai da molti anni, estati e inverni troppo lunghi.
Trovava straordinari i colori, i profumi e la vitalità proprompente delle fioriture primaverili; la commuovevano le tinte accese e caldissime della natura morente, in autunno.
Accompagnata dalla badante, usciva per brevi passeggiate intorno a casa ed era un continuo fermarsi per ammirare l’improvvisa esplosione di colori che cambiava il volto della città, o i fiori minuscoli che, a chiazze colorate, spuntavano perfino tra le spaccature del marciapiede.
Il suo preferito era il pesco della casa di fronte. Ne spiava con impazienza la fioritura dal balcone, scorgendo le gemme sempre più gonfie e pronte a schiudersi, fino alla completa apertura.
Quando il piccolo albero si riempiva di fiori rosei Nonnanenna sapeva che la primavera era davvero iniziata, e si sentiva come quando era bambina, nel grande giardino della casa in cui era cresciuta.
“E’ perfetto così com’è in questo momento” pensava tra sè, ammirando quella nuvola di un rosa sfolgorante.
Il giorno dopo, passandogli accanto, non lo guardava più; vedere le foglioline verdi prendere prepotentemente il posto dei petali le provocava uno strano fastidio, un rimpianto che non si sapeva spiegare. Era come se qualcosa si fosse rotto. Era come un addio.
Ma bastava che un po’ di vento sollevasse da terra i petali caduti e glieli facesse turbinare intorno, o che si accorgesse di camminare su un enorme tappeto rosa per scacciare ogni malinconia.

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