Alle otto e trenta del mattino, dopo aver accompagnato i figli, le mamme della  scuola si riunivano al bar di fronte per concedersi un meritato caffè.
“Tesorooo, ma tuo figlio ha già deciso cosa farà dopo le medie?” era la domanda cult del momento.
“La mia farà il linguistico; senza le lingue, soprattutto l’inglese, al giorno d’oggi non si va da nessuna parte! E, oltre tutto, è a due passi da casa!” esclamò Lastregadisopra, battendo le altre sul tempo.
“Il mio lo iscrivo a ragioneria- intervenne Laluisa- il posto in banca è l’unico sicuro, di questi tempi, si sa!”
“Ma vuoi mettere il classico, come ti apre la mente? Quando si è trattato di iscrivere La Kikk@  io e Giannicaro non abbiamo avuto dubbi” dichiarò Cheddolce, con giudizio inappellabile.
“E il tuo?-chiesero tutte in coro a Cheddonna, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
“Mah, veramente non ha ancora deciso…è solo in seconda media, non mi ha ancora detto cosa vorrebbe fare, forse gli piacerebbe…-cominciò a dire, ma lo sguardo incredulo e colmo di muta disapprovazione delle altre la convinse a fare marcia indietro.
“E’ molto portato per la matematica. Lo scientifico, senza dubbio.”

Quella mattina Cheddonna, come al solito, si era alzata a preparare la colazione per Ilprincipe e Miomarito, che erano usciti di casa molto presto. Aveva richiuso la porta alle loro spalle e si era avviata verso una giornata colma di impegni pianificati e incastrati tra loro alla perfezione, come solo lei sapeva fare
Aveva  già scelto cosa indossare e come truccarsi, ma per quanti sforzi facesse non riusciva ad iniziare da nessuno di quei gesti consueti, e si limitava a spostarsi, inconcludente, per casa, con la strana sensazione  di girare a vuoto.Poi aveva aperto una finestra e guardato fuori: di colpo novembre sembrava essersi inghiottito la primavera ormai più vicina all’estate, e l’aria fredda che sferzava le rose fece rabbrividire anche lei.
Decise che, per un paio d’ore, il mondo avrebbe fatto a meno di lei, e tornò  sotto le coperte, riflettendo sul fatto che, probabilmente, stava diventando meteoropatica.

Era stato il segretario personale di Sua Eccellenza, Loziovescovo, quando era soltanto un giovane pretino  la cui esperienza del mondo era inversamente proporzionale alla voglia di cambiarlo. Pacificamente, si intende.
Poi, col passare degli anni, i viaggi e gli studi lo avevano portato a conoscerlo davvero, quel mondo, e a concludere che non sarebbe stato lui  l’artefice del suo cambiamento. E probabilmente nessun altro.
Così era approdato, allo scoccare dei cinquant’anni, in una  parrocchia di una  città del nord Italia, che contava più di seimila persone, sebbene le  anime   fossero probabilmente  molte meno.
Un quartiere di media grandezza, abitato da gente della classe media, con vite e problemi medi.
L’ideale per chi, come lui,  era giunto alla conclusione che gli estremi non portano a nulla, e che, dopotutto, i latini avevano ragione nel dire che in medio stat virtus.
Gli piaceva soprattutto sapere che in quel luogo a metà strada tra il bene e il male non avrebbe mai più dovuto lottare, indignarsi, realizzare dei progetti; vivere sarebbe bastato.
Qualche messa alla domenica, tutt’al più un battesimo, un matrimonio o un funerale, di tanto in tanto. Cose così.
Aveva anche stabilito degli orari per le confessioni e per il ricevimento dei fedeli, ma tanto non veniva quasi mai nessuno.
Solo una volta, ad un’ora insolita, gli aveva suonato il campanello un ragazzo,-“Don Travet, ho bisogno di parlarle!”-aveva detto, ma l’orario di ricevimento era finito da un pezzo e lo aveva invitato a presentarsi l’indomani, dalle 14 alle 16. Non era più tornato.Certo non era niente di importante.
Di tempo gliene restava tanto, ed egli lo impiegava per approfondire l’esegesi dei testi sacri e citarli poi nelle omelie, pratica in cui eccelleva sicuramente.
Peccato che, ad ascoltarlo, ci fossero sempre le stesse facce che aveva trovato al suo arrivo, e forse qualcuna in meno…
Una volta, quando era molto più giovane, qualcuno gli aveva chiesto come avesse fatto ad accorgersi di avere la vocazione, ma allora lui aveva eluso la domanda per pudore, per timidezza… ora, guardandosi allo specchio, si accorgeva di non sapere più la risposta.

A Cheddonna stava molto a cuore la sorte del  Pianeta. Per questo da diversi anni faceva (quasi sempre) la raccolta differenziata, aveva sostituito le lampadine di casa con quelle a risparmio energetico e chiudeva il rubinetto dell’acqua quando si lavava i denti.
Quando il condominio aveva proposto di installare i pannelli fotovoltaici, aveva aderito con entusiasmo, e guardava con interesse crescente al nuovo mercato delle auto elettriche, anche se trovava che dal punto di vista estetico avessero ancora dei margini di miglioramento.
Era, inoltre, assolutamente favorevole  ad iniziative come il bike-sharing, e  aveva partecipato, insieme alla Fulvia, ad una raccolta di firme per la realizzazione di nuove piste ciclabili in città.
“Se tutti nel nostro piccolo facessimo qualcosa…” pensava con convinzione Cheddonna parcheggiando il s.u.v in doppia fila davanti alla scuola di Ilprincipe (che, da parte sua, avrebbe senz’altro preferito fare i cento metri che lo separavano da casa in compagnia della sua nuova compagna di banco) ” la terra sarebbe salva!”

Le mamme della classe de IlPrincipe erano sul piede di guerra già da qualche giorno.
“La professoressa di lettere è impazzita! Tre verifiche in una settimana  nelle sue materie e siamo solo all’inizio di maggio!” si lamentava Laluisa.
“Senza contare che parte dall’otto nel dare i voti… la mia, che alle elementari aveva la media del dieci, non riesce a prendere più di sette e mezzo!” le faceva eco Lastregadisopra, rossa in volto.
“Mio figlio va a ripetizione di italiano dall’inizio dell’anno e nonostante tutto arriva appena al sei…è possibile?” scuoteva la testa la mamma di Amir.
“Adesso basta!” gridavano le altre mamme. “Cheddonna, in qualità di rappresentante di classe devi andare a parlarle!”
Cheddonna non era certo il tipo da tirarsi indietro, e, conscia del proprio ruolo, decise di accogliere l’appello delle altre genitrici.
L’occasione per affrontare lo scottante argomento sarebbe stata l’imminente assemblea di classe, in programma quella sera stessa.
All’ora stabilita venticinque mamme,  con le braccia incrociate e i volti atteggiati ad un comune sentimento di indignazione, sedevano ai banchi dei loro figli, in attesa dell’inizio delle ostilità.
Ad uno ad uno gli insegnanti e il preside entrarono e  presero posto, sotto gli occhi impassibili delle mamme in attesa.
Per ultima entrò la professoressa Tremendi, l’insegnante di lettere, una donna piccola e grassottella, con i capelli  ossigenati solcati da una vistosa ricrescita bianca, che ne tradiva l’età ormai prossima alla pensione. In mano stringeva una sigaretta che si affrettò a gettare nel cestino, tossicchiando nervosamente.
Dopo una breve presentazione del programma svolto e dell’andamento della classe venne lasciato spazio agli interventi dei genitori.
Di colpo il brusio di sottofondo si spense e nell’aula calò un silenzio carico di attesa.
“Buonasera, professoressa Tremendi”- esordì Cheddonna, con voce squillante.Tutti gli occhi erano puntati  su di lei e sulla sua interlocutrice.
“Come rappresentante di classe volevo farLe presente che molti genitori si sono lamentati per l’eccessivo carico di lavoro di questi ultimi tempi, soprattutto nelle Sue materie. Sa, siamo alla fine dell’anno e i ragazzi sono stanchi. E anche sui voti, ecco…”
Cheddonna non potè terminare la frase, perchè la professoressa Tremendi, ergendosi in tutto il suo metro e cinquanta di altezza aveva tuonato:”Sono capre, non studiano niente! Per quanto mi riguarda dovrebbero avere una verifica al giorno “, fulminando con lo sguardo la platea.
D’un tratto il silenzio lasciò il posto ad un brusio via via più intenso e inframezzato di “Eh sì!” “E’ vero.” “Giusto”.
Cheddonna si guardò alle spalle, cercando l’appoggio delle altre madri, ma esse non avevano ormai occhi che per la professoressa Tremendi, e  c’era chi sorrideva, chi annuiva, chi diceva che non c’erano più gli studenti di una volta e che era una fortuna che ci fossero ancora insegnanti così…
In quel momento Cheddonna,convinta di trovarsi  catapultata improvvisamente in una novella kafkiana, si sarebbe volentieri trasformata in uno scarafaggio…

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