Glielo aveva portato in casa in un giorno di pioggia torrenziale, qualche mese prima, riducendo il soggiorno a un’enorme pozzanghera fangosa. Aveva  insistito così tanto perchè potesse restare, che lei non era riuscita a dirgli di no. Da allora Gaetano, l’ enorme cane nero di razza improbabile che Ilprincipe aveva trovato tornando da scuola, non se ne era più andato. Dopo il panico dei primi giorni, Cheddonna aveva finito col rassegnarsi alla sua ingombrante presenza, limitandosi però  a prenderne atto, ed evitando accuratamente ogni possibile interazione con l’inquilino peloso.
Un giorno d’estate, però, Ilprincipe era partito per il campus “Mens sana in corpore sano”, e a Cheddonna  era toccato portare a passeggio il  cane affinchè non scambiasse il salotto di casa per il prato del parco sottostante.
Armata di sacchetto e paletta, e stringendo spasmodicamente il guinzaglio, si avviò verso il parco, in un orario nel quale era quasi certa di non incontrare nessuno.
 E invece, fatti pochi passi, ecco sbucare un lunghissimo guinzaglio rosa, agganciato ad un collare tempestato di Swarowsky, che a sua volta cingeva il collo di un maltese dalla ferocia inversamente proporzionale alle sue dimensioni.
“Triiillyyyy! Vieni quiiiii!” cinguettava la padrona, una robusta matrona dalla chioma di un improbabile rosso tiziano, senza però accennare ad accorciare il  guinzaglio e guardando il grosso meticcio con sufficienza.
 Trilly, dal canto suo, cominciava a dare  chiari segni  di voler saltare alla gola di Gaetano, il quale si limitò ad aprire le fauci in un pigro sbadiglio, provocando la fuga immediata del botolo ringhioso tra le gambe della sua padrona.
Fulminando Cheddonna con lo sguardo, la donna prese la cagnetta in braccio e si incamminò nella direzione opposta, considerando a voce altissima quanto  brutto e cattivo fosse quel cane.
“Lo sai, vero, che per colpa tua quella signora non mi rivolgerà più la parola?” finse di rimproverarlo Cheddonna, accarezzandogli per la prima volta il testone.
Ma, in fondo, non gliene importava alcunchè.

Era corsa a comprarlo dopo l’infuocata estate del 2003, aspettando  i saldi di fine stagione.
Suo marito Tizio, autorità indiscussa del fai-da-te a livello condominiale, aveva provveduto all’installazione e al collaudo del complesso sistema di tubi e fili elettrici.  E, infine, a Laluisa era scesa perfino una lacrimuccia furtiva, mentre ammirava l’oggetto dei suoi desideri: il condizionatore.
Del resto aveva sempre detestato il caldo e ogni anno, da giugno a settembre, a chiunque le chiedesse come stava rispondeva immancabilmente un “caldamente bene”, accompagnato da un lungo sospiro.  Ma quella volta aveva atteso trepidante che arrivasse di nuovo l’estate, certa di essere in possesso di una nuova, formidabile arma di difesa contro la canicola.
Il fatto è che  l’estate quell’anno non sembrava proprio decidersi ad arrivare, tra trombe d’aria, scrosci di pioggia e giornate che parevano rubate a novembre, come se volesse farsi perdonare  gli eccessi dell’anno precedente dispensando giornate decisamente fresche.
Ciononostante Laluisa teneva imperterrita il condizionatore  al massimo perchè mai avrebbe potuto accettarne l’inutilità.
Gli anni successivi non furono molto diversi, e le estati fresche si susseguirono senza sosta, inframezzate da brevi periodi di caldo  appena più intenso.
Il condizionatore continuava a funzionare, ma in cuor suo Laluisa si sentiva profondamente delusa e amareggiata,  arrivando alla conclusione che “non c’erano più le estati di una volta”.
Poi, finalmente, era arrivato lui: Caronte, e subito dopo Scipione, Minosse e Lucifero, e il caldo africano aveva ammantato la città per settimane, portando la colonnina di mercurio alle stelle.
Guardando lo split del condizionatore,  e ascoltandone il respiro, a dire il vero un po’ rumoroso, trattandosi ormai di un modello datato, non potè fare a meno di esclamare, commossa:”Lo sapevo:era solo questione di tempo!”

Mese per mese