La riunione della onlus “Aiuta, che il Ciel ti aiuta”, di cui Cheddonna era presidentessa, era fissata per le ventuno.
Il primo punto all’ordine del giorno era un nuovo progetto di finanziamento, che prevedeva la ristrutturazione di un vecchio caseggiato da adibire a rifugio per i senza tetto.
All’ora stabilita tutte le partecipanti alla riunione avevano  preso posto nella nuova sede dell’associazione, presso i locali della parrocchia, e Cheddonna stava  già per prendere la parola, quando una mano alzata la interruppe.
“Ehm, care amiche” disse una vocetta sottile che apparteneva a una donnina piccola e magrissima.
“Prego, Marilena, parla pure” intervenne Cheddonna, che fungeva anche da moderatrice della serata.
“Grazie. Dunque, da quanto ho letto nella convocazione, stasera siamo qui per discutere del progetto: ‘Un tetto per tutti’...ma alla riunione precedente si era parlato di destinare i fondi della vendita delle torte al progetto ‘Mattone su mattone viene su una grande casa’. Non capisco sinceramente  il motivo di questo improvviso cambio di rotta” aveva proseguito Marilena, con un tono di voce più alto di un’ottava.
“Si tratta, in realtà, dello stesso progetto” rispose Cheddonna, “solo, mi sembrava che questo nome rendesse meglio l’idea delle finalità che ci proponiamo”
“Sono d’accordo” rispose la Fulvia ” il primo nome dava un’immagine troppo confessionale della nostra associazione, che, almeno nelle intenzioni, si professa laica e aperta  a tutti. Dobbiamo essere più neutrali, meno legati alla chiesa. Anzi, proporrei anche di cambiare il nome dell’associazione in ‘Aiutiamoci’
“Ma cosa dici? ” sbottò Marilena, visibilmente alterata, “Certo che siamo aperti a tutti, ma dobbiamo dare un’immagine forte al nostro progetto, senza paura di sembrare schierati, e se non sei d’accordo puoi anche andartene” concluse, incrociando le braccia sul petto con aria bellicosa.
“Bigotta, reazionaria!”gridò la Fulvia.
“Su, calmiamoci” buttò lì Cheddolce, che in cuor suo non vedeva l’ora di assistere alla rissa.
“Ragazze, ragazze” implorò Cheddonna, “siamo qui tutte per lo stesso motivo:aiutare i più bisognosi. Lasciamo da parte le nostre prese di posizione, per il bene del progetto”e si lasciò andare sulla sedia, sospirando.
“Mettiamo ai voti il nome da dare al progetto. Così vediamo chi ha ragione!”propose Lastregadisopra, che aveva guardato l’orologio realizzando che erano già le undici passate.
Dopo aver raccolto le schede, Cheddonna passò allo spoglio dei voti, che risultarono in perfetto equilibrio.
“Nella prossima riunione, fissata tra due mesi, provvederemo a ripetere la votazione, così potremo dare il via al progetto” concluse Cheddonna, dichiarando conclusa la riunione a causa dell’ora tarda.
Nel congedarsi, le partecipanti all’assemblea si salutarono a malapena, dirigendosi velocemente alle rispettive automobili.
Cheddonna riuscì ad evitare per un soffio di calpestare la cacca di un grosso cane, e pensò che, almeno per quella sera, ne aveva già avuta abbastanza.

Le avevano assicurato che tutto si sarebbe risolto in massimoduegiornilavorativi.
Erano arrivati, il giorno previsto per l’inizio dei lavori, con un’ora e mezza di ritardo e avevano cominciato a spaccare senza pietà ogni piastrella, muro o mattone di quei nove metri quadri di bagno, lasciando cumuli di macerie dietro di sè.
Poi, all’improvviso, dopo una concitata serie di telefonate, si erano fermati e, senza una parola,  avevano caricato flessibili, cazzuole, secchi e sacchi di cemento sul camion parcheggiato abusivamente in mezzo alla strada condominiale. “Signò, noi andiamo” aveva annunciato Olaf, lasciando Cheddonna temporaneamente senza parole.
“Ma come?”aveva articolato lei, dopo essersi riavuta ” e il mio bagno? Non è finito!”
“Lo so signò, ma il piastrellista non ha consegnato le piastrelle. Quando sono pronte torniamo”rispose Olaf, accendendosi con calma una sigaretta.
“Ma…quanto ci vorrà?” chiese Cheddonna, sgomenta.
“E io che ne so, signò? Deve sentire il piastrellista. Arrivederci.” e Olaf scomparve in una nuvola di fumo.
Cheddonna non aveva il numero del piastrellista. Non aveva nemmeno idea di chi fosse. Sapeva solo che  le piastrelle che aveva scelto insieme ad Archidelia, il suo architetto di fiducia, erano proprio della sfumatura di grigio antracite che lei aveva in mente, e che erano le più care di tutto il catalogo.
In preda ad un incipiente attacco di panico Cheddonna digitò il numero dell’amico. “Pronto, Archidelia?”
All’altro capo dell’apparecchio una voce rassicurante la prevenne. “Cara, non preoccuparti, so già tutto. Olaf mi ha telefonato poc’anzi. C’è stato un disguido tra lui e il piastrellista e la fornitura delle piastrelle non è arrivata in tempo. Massimosettegiornilavorativi e risolviamo tutto. Stai serena!”
Cheddonna serena non lo era affatto, e guardando la mazzetta da demolizione dimenticata dai muratori in un angolo del bagno si sorprese a canticchiare una canzonetta in voga negli anni sessanta “datemi un martellooooooo!”, con uno strano ghigno sul volto.

Quando Cheddonna, assidua spettatrice di  “vendo casa disperatamente” e convinta collezionista di riviste di arredamento, aveva deciso che era giunto il momento di ristrutturare il bagno di servizio del suo appartamento, non aveva previsto tutto quello che ne sarebbe scaturito.
Una mattina di settembre  aveva telefonato al suo amico d’infanzia Dante Elia Archi, che nel frattempo era diventato architetto e si faceva chiamare Archidelia, e gli aveva spiegato il suo progetto, sottolineando la sua impazienza di iniziare i lavori al più presto.
“Cheddonna carissima- le aveva spiegato lui soavemente – per questo tipo di lavoro è necessaria la Dia, l’autorizzazione di inizio lavori da inoltrare al comune. Dopo trenta giorni, se non ci saranno contestazioni, potremo dichiarare aperto il cantiere”.
A Cheddonna la parola “cantiere” provocava una forma acuta di orticaria, ma desiderosa com’era di veder realizzato il suo nuovo bagno in stile minimalista, era disposta  a tollerare, con stoica rassegnazione, che per almassimoduegiornilavorativi la polvere e le macerie della demolizione invadessero il suo mondo, sconvolgendolo.
Dopo una lunga serie di appuntamenti e telefonate con Archidelia, per decidere colori, materiali, finiture, e finanche la disposizione dei sanitari, il progetto era stato presentato e, allo scadere dei trenta giorni, tutto era ormai pronto.
“Lunedì cominciano i lavori” le aveva annunciato trionfalmente Archidelia.”Olaf e la sua squadra saranno da te verso le otto”.
Già dalle sette Cheddonna aveva cominciato a impacchettare  mobili e oggetti  per preservarli dalla polvere, occultando perfino lo zaino scolastico di Ilprincipe, che vagava per casa alla sua disperata ricerca.
Alle otto  e un quarto non era ancora arrivato nessuno. Alle otto e trenta neppure. Alle nove neanche.
Alle nove e trenta suonate finalmente squillò il campanello.
“Terzo piano”rispose Cheddonna, un po’ alterata per il forte ritardo. L’inizio non era certo dei migliori.
Quando aprì la porta, non si trovò davanti il macho in canottiera e bicipiti esagerati che nell’immaginario femminile identifica il muratore tipico, ma un ometto di mezza età, stempiato e con gli occhiali spessi, seguito da due ragazzotti un po’ più alti e apparentemente stranieri.
“Buongiorno, signò!” disse, entrando in casa con l’immancabile sigaretta all’angolo della bocca “dov’è il bagno?”
“La prego, signor Olaf, qui in casa è vietato fumare”disse Cheddonna, guardando con orrore la lunga serie di impronte che i tre uomini stavano nel frattempo lasciando sul suo pavimento di marmo.
“Come vuole, signò”e, in men che non si dica, gettò la cicca per terra, spegnendola accuratamente col piede.
Cheddonna cominciava a domandarsi se, dopo quei lavori in corso, sarebbe stata mai più la stessa.

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