Bolle d’acciaio


Un tempo le capitava spesso.
Bastava un cielo  un po’ troppo grigio, le parole di una canzone ascoltata già mille altre volte, un sorriso non ricevuto e Cheddonna scivolava, quasi senza accorgersene, in una sorta di nebbia pesante e appiccicosa di sensazioni incerte e di sentimenti dai contorni sgranati.
Da lì il mondo le appariva come da dietro l’obiettivo della sua macchina fotografica: un paesaggio vuoto di lei.
Quei momenti, visti da fuori, sembravano solo il lieve accentuarsi di un innato snobismo, che l’ottima educazione ricevuta non avrebbe mai lasciato trasformarsi in scortesia. Nient’altro che nuvole passeggere, leggere come bolle di sapone.
Eppure in quei momenti non c’era niente di più distante e di più irraggiungibile, di più ermeticamente chiuso di lei: una bolla di puro acciaio.
Finiva com’era cominciata: senza avvisare, e lasciandola con una sensazione di freddo alle ossa.
Per fortuna, ora, non capitava quasi più.

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