Stanca del bianco assoluto delle pareti della sua casa, Cheddonna aveva deciso di farle ritinteggiare secondo i dettami della  cromoterapia e del feng shui e, dopo essersi documentata su quale fosse il colore più adatto per ogni ambiente,  aveva telefonato all’Archidelia, l’amico architetto,  prendendo appuntamento nel suo studio per esaminare insieme la palette dei colori.
Fuori, come sempre in quella primavera piovosa, il cielo era grigio, a pois azzurri.
“Cielo!” pensò Cheddonna, guardando inorridita gli schizzi di fango sulle portiere dell’auto “Questa macchina è marrone! Devo portarla subito a lavare!”
In coda ad un  semaforo che sembrava passare dal giallo al rosso senza mai soffermarsi sul verde, Cheddonna pensava che certamente il colore giusto per la cucina era l’arancione, così vitaminico e capace di stimolare creatività ed appetito, mentre per lo studio di Miomarito era preferibile il blu, più meditativo e rilassante.
Nera per il tempo perso in mezzo al traffico, lasciò la macchina davanti allo studio dell’ Archidelia, rischiando di scivolare sul tappeto di fiori lilla che la pioggia di quei giorni aveva strappato ad un enorme glicine.
“Tutto bene, cara?”le domandò premuroso l’Archidelia, quando la vide entrare, scura in volto.
“Non farmi parlare” gli rispose Cheddonna. “Oggi me ne sono capitate di tutti i colori!”

“Le gocce cadono ma che fa, se ci bagniamo un po’ domani il sole ci potra’ asciugar. Non si rovina il frac, le scarpe fan cic ciac, seguiam la strada del destin”
Il motivetto che Nonnanenna canticchiava quando Cheddonna era bambina continuava a tornarle in mente come un tormentone. Ma si chiedeva, guardando le previsioni del tempo che davano pioggia per l’intera settimana, quando sarebbe arrivato “domani”.

Nonostante fosse aprile già da qualche giorno, l’albero di pesco tanto caro a NonnaNenna tardava a vestirsi di rosa. Il cielo, color asfalto,  faceva uno strano contrasto con i colori decisi delle primule, esposte sui balconi a mo’ di  rito propiziatorio, ad evocare la primavera.

Cheddonna, costretta in casa da un’influenza anch’essa fuori stagione, guardava il mondo fuori dalla finestra, lieta, per una volta, di non dover uscire, e si godeva quel supplemento di inverno casalingo, fatto di tè bollente e di copertina calda. Eppure si sentiva stonata: fuori luogo e fuori tempo. Sentiva che il suo corpo e la sua anima, come i fiori là fuori, avevano bisogno di luce e calore, che quell’inverno protratto aveva qualcosa di innaturale, di stonato, appunto.
Un uccellino, che si era posato sull’albero del giardino condominiale, doveva pensarla allo stesso modo; il suo cinguettio, dapprima debole e incerto, era diventato  via via più risoluto, quasi prepotente.
Suonava come un ultimatum rivolto verso il cielo: ridateci la primavera!

Dal giorno in cui si erano incontrate, nel corridoio dei box condominiali, erano passate alcune settimane e a quel “venga a prendere un caffè da noi” Cheddonna non pensava più.

Una mattina, ferma sul pianerottolo in attesa che l’ascensore arrivasse al piano, udì una voce alle sue spalle:
“Buongiorno, Cheddonna! Che piacere incontrarla,come sta?”

“Buongiorno Tuttisuoi?, non l’avevo riconosciuta senza il resto della famiglia!” si scusò Cheddonna, voltandosi, sorpresa.
“Eh, a quest’ora sono tutti a scuola. Tra poco Anchemiei andrà a prenderli. Io ho recuperato Adessobasta dal nido e ora, eccoci qui!”disse, tutto d’un fiato, mentre prendevano posto nell’ascensore”Se dopo pranzo non ha già altri impegni, la aspettiamo per quel famoso caffè” aggiunse, poi, una volta arrivata al suo piano.
Cheddonna, che non amava i luoghi affollati e la confusione in generale,celando abilmente la sua assoluta mancanza di entusiasmo per quell’idea, accettò l’invito della nuova vicina, e alle 14.30 in punto, si presentò alla porta con un’elegante confezione di biscotti da té.
“Un pensiero per i suoi bambini”disse, porgendole il piccolo vassoio, e realizzando nello stesso istante che quasi sicuramente non sarebbe bastato  per tutti. Guardandosi intorno con malcelata curiosità, Cheddonna non trovò traccia di quello che si sarebbe aspettata di trovare: carte di merendine, scarpe e calzini gettati qua e là, giocattoli dimenticati negli angoli più remoti… Nel soggiorno, dove troneggiava un enorme divano rosso a dieci posti, regnava un ordine sobrio, sebbene non maniacale, ed un piacevole silenzio.
“I ragazzi non ci sono?”si informò Cheddonna, tanto per dire qualcosa. Le pareva evidente che non ci fosse nessun altro all’infuori di loro due.
“Oh, no!” si schermì Tuttisuoi?” la prego di scusarli, ma stanno facendo i compiti…Donato, Diletta, Beniamino, Matteo, Teodoro, Dorotea, venite a salutare la signora Cheddonna!” e, ad uno ad uno, dai quattro angoli della casa, si materializzarono sei ragazzini tra i quattordici e i sei anni, che, dopo aver  salutato educatamente,  tornarono alle loro occupazioni.” Adessobasta sta dormendo, a quest’ora fa sempre un pisolino”disse Tuttisuoi? versando il caffè a  Cheddonna, “e io ne approfitto per organizzare l’agenda dei miei appuntamenti del mattino”.
“Certo” convenne Cheddonna” il parrucchiere, l’estetista, la palestra…non me ne parli! Io sono sempre di corsa!Immagino lei…”
“Veramente intendevo gli appuntamenti con i pazienti…sono neuropsichiatra infantile…”
A Cheddonna per poco non andò il caffè di traverso.

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