L’inquietantevicinodicasa


Abitava al terzo piano, proprio di fronte all’appartamento di Cheddonna, ma lei poteva dire di averlo incontrato, di sfuggita, solo pochissime volte in quindici anni. Più che altro ne intuiva la presenza, dietro la porta sprangata, mentre aspettava l’arrivo dell’ascensore al piano.
Più d’una volta avrebbe giurato di aver visto lo spioncino, dapprima illuminato, farsi improvvisamente più scuro, come se qualcuno, da dietro l’uscio, la stesse osservando.
Di lui si sapeva ben poco: aveva circa sessant’anni, un lavoro che lo faceva uscire presto al mattino e rincasare nel primo pomeriggio, lasciandogli tanto tempo libero, e una propensione per i quiz televisivi e i documentari, a giudicare dal sottofondo sonoro proveniente dalla sua abitazione, piuttosto alto, in verità, a riprova del fatto che doveva essere anche un po’ duro d’orecchi o, semplicemente, maleducato.
Non prendeva mai l’ascensore, e quando qualcuno lo incontrava sulle scale, biascicava un saluto a denti stretti, e si affrettava a tirar dritto, come se avesse una terribile fretta.
Alle assemblee condominiali non c’era mai, ma pagava tutte le spese deliberate, e tanto bastava al resto dei condomini.
Tutti concordavano sul fatto che L’inquietantevicinodicasa fosse un personaggio eccentrico. Nessuno, in tanti anni, si era mai chiesto il perchè.

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