“Ma ci pensi? Fra meno di un  mese è Natale.Quest’anno prepareremo insieme l’albero e i biscotti allo zenzero e Unozio si travestirà da Babbo Natale e li mangerà di nascosto, non è meraviglioso?” le aveva detto la Fulvia, tutta elettrizzata, immaginando gli occhi del “Che” davanti al mucchio dei regali da aprire, la mattina del 25 dicembre.

Cheddonna pensava alle decorazioni che facevano tanto Natale, quando le tirava fuori dagli scatoloni, ma che già il ventisei dicembre avrebbe voluto impacchettare di nuovo, perchè  le mettevano malinconia;  ai tanti regali che avrebbe dovuto e ai pochissimi che avrebbe voluto  veramente comprare, e  ricevere; all’inguardabile maglione norvegese con le renne, regalo di Miasuocera,  che Miomarito indossava, per tradizione, ad ogni pranzo di Natale, a IlPrincipe che spariva in camera sua subito dopo il panettone.
Pensava che aveva sempre odiato la  frase “a Natale siamo tutti più  buoni”; lei, a Natale, era più cattiva del solito. “Almeno”, pensava, guardando il calendario “fra un mese è Santo Stefano”.

La bisnonna Jeanne aveva sempre sognato di volare, e, al compimento del suo centesimo anno, ci era finalmente riuscita.

Cheddolce, da bambina, sognava di sposare un uomo ricco, e di vivere una vita senza pensieri. Aveva poi incontrato Giannicaro, e aveva deciso che anche il suo desiderio si era realizzato. 
Lastregadisopra era cresciuta sognando la  famiglia del mulino bianco: lei, lui, un paio di bambini ben pettinati fin dal primo mattino e una casa dal pulito splendente. Le era rimasta una casa da pulire e una figlia, Tuttasuopadre, da imparare ad amare.
La Fulvia sognava la libertà, l’amore libero e un mondo migliore. Poi, dopo tanti anni, aveva ritrovato Losplendido, suo ex compagno di liceo, e per lui avrebbe volentieri rinunciato ad amore libero e libertà, ma lui non doveva essere della stessa opinione, perchè se n’era andato lasciandola con un figlio, il “Che”,e il desiderio di costruire per lui un mondo migliore.
“Un mondo in cui la Nutella non faccia ingrassare e le scarpe col tacco dodici non facciano più male” pensava Cheddonna, sognante, richiudendo il cassetto dal quale aveva appena preso un cucchiaino.

 All’ultima riunione del M.A.M.A., dal tema ” Adolescenza e cordone ombelicale : e se fosse ora di accorciarlo?” si era dibattuto a lungo sul tema della dipendenza delle madri nei confronti dei propri figli adolescenti. Dopo un’accesa discussione, Cheddonna aveva avanzato la proposta-choc di organizzare una gita che permettesse loro di  provare a restare lontane dai figli per un’intera giornata.
Dopo la prevedibile resistenza iniziale, l’idea era stata approvata all’unanimità e così, quel sabato mattina, dodici donne tra i quaranta e i cinquant’anni in assetto da gita erano partite alla volta del lago.
A mariti e figli avevano ovviamente detto di essere dirette al centro commerciale  “Shopping selvaggio” e di non aspettarle per pranzo.Tutte, però, avevano in seguito confessato di non essere riuscite a non lasciare loro almeno una teglia di lasagne “solo da scaldare”.
Il tempo si era messo al bello e la temperatura era gradevole, per essere il mese di novembre. Tutto procedeva per il meglio, e tra una chiacchiera e l’altra,  avevano trascorso una mezza giornata senza neanche nominare i loro figli.
A un tratto, però, Cheddonna si accorse che i cartelli segnaletici non corrispondevano affatto alla destinazione prescelta. “Temo che ci siamo perse” annunciò al resto dell’equipaggio. “Non vedo più le macchine della Titty e della Marty…Cheddolce, prova a chiamarle, io mi metto qui sull’angolo così se passano mi vedono” e così dicendo si diresse verso l’incrocio dove, poco prima, avevano svoltato.
Venti minuti e centinaia di macchine dopo, la Titty e la Marty erano finalmente arrivate, e  Cheddonna era tornata alla macchina, sotto lo sguardo lubrico di un paio di camionisti che avevano abbassato il finestrino per rivolgerle un greve apprezzamento, rimanendo però senza parole nel vedere tutte quelle donne insieme.
Davvero i tempi dovevano essere ben cambiati, se le signorine allegre adesso lavoravano in formazione calcistica, pensavano.
Restava, però, il problema di ritrovare la strada. “Qualcuna di voi ha portato la cartina?” si informò Cheddonna, che aveva un pessimo rapporto con il navigatore. “Io no” disse la Marty. “Credevo che ci avresti pensato tu” ribattè la Titty.
“Ma come diavolo si usa ‘sto gps?” gemette Lastregadisopra, premendo compulsivamente lo schermo del suo smartphone.
Nel silenzio generale un solo pensiero attraversò le menti di ciascuna di loro.
“Ah, se ci fossero qui i ragazzi!” sospirarono tutte quante all’unisono. “Loro sì che saprebbero come far funzionare questi aggeggi infernali!”

Quando Cheddonna, nell’ottobre di quell’anno, aveva deciso di fondare il M.A.M.A (movimento anonimo mamme apprensive)  non sapeva che anche Miomarito, qualche tempo prima, aveva avuto un’idea simile.
In un momento di forte autocoscienza, insieme ad altri padri workaholic come lui, aveva dato vita ad un gruppo di  auto-aiuto, volto al ritrovamento di una dimensione più umana e domestica della vita: il P.A.P.A (padri anonimi perennemente assenti).
Dopo le prime due riunioni, andate praticamente deserte, il gruppo si era sciolto, per assenza di partecipanti.

“Sabato pomeriggio vado con alcuni ragazzi del liceo alle giostre. Mi puoi accompagnare là per le tre e un quarto?Al ritorno mi faccio dare un passaggio” aveva detto IlPrincipe a Cheddonna, lasciando intendere che la sua presenza, una volta raggiunta la meta, sarebbe stata assolutamente superflua, oltre che fortemente sconsigliata.
“Ma tesoro”aveva provato ad obiettare lei “dovete andare proprio in quel postaccio? Io non ci ho MAI messo piede in vita mia!”
IlPrincipe non aveva voluto sentire ragioni e così, alle tre e un quarto in punto, Cheddonna l’aveva lasciato nel parcheggio del luna park, dove un gruppetto di ragazzini lo stava aspettando.
“Ciao, Laurah!” gridò, per sovrastare il  “tunz tunz “degli altoparlanti e il brusio di fondo, e correndo verso  due ragazze che stavano un po’ in disparte, a fumare.
Una era  alquanto grassa e  pesantemente truccata  e indossava un paio di leggins neri sui quali era  stampato  un metro da sarta, che le cingeva le gambe fornendo ai presenti, che ne avrebbero fatto volentieri a meno, l’esatta circonferenza delle sue cosce, l’altra era esile e  completamente vestita di nero,  e aveva lunghi capelli blu. Cheddonna si sentì appena un poco sollevata nell’apprendere che, tra le due, era quest’ultima la Laurah che IlPrincipe aveva salutato con tanto trasporto. Doveva assolutamente saperne di più.
Fingendo di ritornare alla macchina, Cheddonna si confuse tra la varia umanità della fiera: famigliole  boteriane  intente a divorare bomboloni e bastoncini di zucchero filato, neo tamarri con ciuffi diagonali e jeans attillati, mute di  tredicenni allo sbaraglio, nonni frastornati tirati da tutte le parti da nipotini urlanti e imbonitori specializzati nel far sentire in colpa gli adulti con frasi tipo “Non vogliamo far divertire i bambini? Non vogliamo fargli vincere un bel regalo? Forza: 5 euro sei palle!”
Nascosta dietro il bruco-mela, aveva visto salire IlPrincipe e i suoi amici sulle montagne russe, poi su uno strano e altissimo braccio rotante che li aveva lasciati per trenta secondi a testa in giù, lasciando lei con il fiato sospeso fino a quando non lo aveva rivisto mettere di nuovo piede, sorridente e rosso in volto, sulla passerella, e  infine sulla nave dei pirati, il cui movimento sussultorio-ondulatorio avrebbe fatto venire il mal di mare perfino al capitano Achab.  Nel frattempo, per non essere vista, si era fermata prima allo stand del tirassegno, poi a quello della pesca dei cigni, e per ultimo a quello del bowling,  e aveva scoperto di avere un’ottima mira, vincendo tre peluche di dimensioni mostruose. “Guardate quella!” aveva detto IlPrincipe, additandola da lontano  ai suoi amici “ha svaligiato il luna park!”.
Per fortuna non l’aveva riconosciuta!Cheddonna capì che era giunto  il momento di tornare a casa. L’ultima cosa che vide, sporgendosi, a mo’ di periscopio da dietro un enorme leone di peluche, fu IlPrincipe che, un po’ troppo vicino a Laurah,  per la verità, saliva con lei sulla ruota panoramica.
Tornando a casa si rese conto che i peluche avrebbero potuto tradirla, così decise di sbarazzarsene, suonando il campanello della Fulvia e lasciando il “Che” a bocca aperta. Togliendo gli occhiali da sole e la sciarpa che aveva usato per camuffarsi, Cheddonna pensava che, come 007, non se la cavava affatto male.

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