Quando Cheddonna e la  Fulvia facevano la quarta ginnasio, 1984  era scritto su tutte le  pagine della Smemoranda e non solo sulla copertina del romanzo di Orwell, “spazio 1999”  apparteneva ancora di diritto al genere “fantascienza” e i diciotto anni sembravano un traguardo lontanissimo.
Un giorno la maggiore età era arrivata, e non era cambiato granchè, a parte la  patente e  il voto al referendum sul nucleare.
E poi tutti gli anni in fila, come i sassolini di Pollicino, le avevano portate fin qui, ancora una volta insieme, con la stessa età che avevano le loro madri allora, a chiedersi com’era possibile non essersene neanche accorte. “Chissà  fra trent’anni, quando saremo vecchie come loro?” aveva buttato lì la Fulvia, scherzandoci sopra, poco convinta.
“Noi non saremo vecchie nemmeno a cento anni, mia cara!”aveva risposto Cheddonna, strizzandole l’occhio. “Almeno non fino a quando continueremo ad avere i baffi di cioccolato ogni volta che  mangiamo il gelato o a stare sveglie di notte per seguire l’orbita di una navicella spaziale…”

“Cheddonna, dov’è la mia tessera sanitaria?”
“Nel tuo portafogli”
“Non c’è”
“Guarda meglio…”
“Ah, eccola!Sai dove ho messo le chiavi di casa?”
“Sulla mensola all’ingresso, come al solito…”
“Non ci sono..”
“Prova a guardare sul mobile in sala”
“No…”
“In cucina”
“Nemmeno”
“In bagno”
“Neanche…Vabbè, tanto mi apri tu, stasera.”
“Certo, caro” disse Cheddonna, abbracciando Miomarito sulla soglia di casa. “Ma…queste cosa sono?”gli domandò, scorgendo un bagliore metallico provenire dalla valigetta semi-aperta.
“Ehm…non le avevo viste. Oggi non è giornata!Meno male che ci sei tu!”e Miomarito, dopo averle schioccato un bacio, sparì dietro la porta, e tornò ad immettersi nel flusso dei suoi  molteplici impegni.
A Cheddonna, dopo tutto quel cercare, era venuto un gran mal di testa; le sarebbe proprio servito qualcosa… un Enantyum…già, ma dove l’aveva messo?

La sera di Halloween, convinto di recarsi ad una festa in maschera, IlPrincipe si era trovato coinvolto, suo malgrado, in una cena di beneficenza per i senza tetto, organizzata dal centro sociale “E’ okkupato”.
Era stata Laurah, la ragazza di terza che gli piaceva, ad invitarlo, e da allora quell’edificio scalcinato, in periferia, era diventato una seconda casa per lui. Nei fine settimana, e ogni volta che i suoi impegni glielo consentivano, IlPrincipe prendeva il pullman e si recava al centro sociale, dove incontrava Laurah e i suoi amici. Cheddonna si era offerta più volte di accompagnarlo personalmente ed andarlo a riprendere, ma lui non aveva voluto, chissà poi perchè.
 A volte c’erano le riunioni del collettivo ” Dammilcinque”per organizzare manifestazioni o sit in di protesta, altre volte si proponevano raccolte fondi ed eventi benefici, altre volte ancora ci si trovava e basta. Era in situazioni come quelle che IlPrincipe non sapeva come comportarsi. Temporaneamente privi di un argomento su cui discutere e accalorarsi, di un’opera da realizzare, i ragazzi del centro sociale stavano seduti in ordine sparso, chi appoggiato al muro, chi addirittura sdraiato, ognuno con lo sguardo fisso al proprio cellulare, scambiandosi sms da un capo all’altro del salone. Anche quel pomeriggio era andata così, e Laurah era intenta a consultare  il suo smartphone, quando, all’improvviso, le era apparso un nuovo messaggio: non era firmato, ma il numero era quello di IlPrincipe,  che era seduto accanto a lei.
Non c’erano parole, solo una faccina gialla sorridente, che sembrava soffiare un cuoricino rosso.
Laurah, senza alzare gli occhi dal display, aveva risposto con una faccina gialla, sorridente ma senza cuoricino.
A quel primo scambio di battute era seguito un intenso traffico di sms:

Dopo quell’eloquente dialogo si erano salutati, dandosi appuntamento al giorno dopo per la riunione del collettivo.         

A volte  Cheddonna, costretta in macchina dai molteplici impegni de IlPrincipe e dal traffico congestionato del centro, osservava gli altri automobilisti e rifletteva.
Pensava che davanti a una rotonda c’erano quelli che sapevano sempre con certezza quando era il loro turno di entrarvi, dando la precedenza quando era il caso, quelli che se la prendevano comunque, e quelli che non riuscivano mai a decidersi e restavano fermi fino a quando un coro di clacson non li costringeva a buttarsi nella mischia.Questi ultimi, pensava, preferiscono di certo i semafori, perchè in fondo basta guardare  di che colore sono e il gioco è fatto. Sono loro che stabiliscono quando  puoi partire e quando devi fermarti.
Pensava a tutte le volte che si era trovata davanti a una scelta, ed avrebbe tanto voluto vedere accendersi una di quelle luci.
Però, non ci sono solo i semafori, e imparare ad affrontare una rotonda è una cosa che tutti dovrebbero provare a fare, prima o poi.

Il giardino condominiale del palazzo dove abitava Cheddonna, per esplicita volontà di Lastregadisopra, era interdetto ai pochi bambini del palazzo.Ai padroni dei cani, seppur ben forniti di paletta e sacchetto, non andava certo meglio: il regolamento vietava  l’utilizzo del verde condominiale a qualsivoglia quadrupede, e neppure gli anziani potevano godere della frescura delle piante o delle aiuole fiorite, dato che era stato espressamente deliberato, per ragioni estetiche, di non collocare alcuna panchina all’interno del giardino.
Conseguenza di questa serie  di restrizioni era che l’unico a frequentare il verde condominiale era il giardiniere, condomino del primo piano, da tutti conosciuto come Heyfurbo, dopo che IlPrincipe, da piccolo, l’aveva così apostrofato nel vederlo  chiudere il tubo dell’irrigazione,  lasciato aperto per ore ad allagare il prato, com’era sua abitudine.
Cheddonna lì per lì era arrossita e aveva rimproverato IlPrincipe, ma poi aveva telefonato a Lamministratore, per lamentarsi del comportamento del giardiniere.
Gli aveva fatto presente che, nel consuntivo annuale, la voce “manutenzione del verde condominiale” rappresentava una quota di tutto rispetto. “Non lo paghiamo certo perché dorma mentre il prato si allaga, o per tagliare l’erba tre volte l’anno!”aveva concluso, sbottando.
Lamministratore l’aveva ascoltata, e manifestandole tutta la sua solidarietà,  l’aveva rassicurata sul fatto che avrebbe preso seri provvedimenti, anche se la situazione era delicata, trattandosi di un condomino, come lei certo capiva; poi aveva appeso il telefono, ed era tornato al gioco che stava facendo su Facebook, pensando che davvero certe persone non hanno  proprio niente da fare.

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