Fino a che ci sono semafori (Khrisna, le rose e i semafori rossi 2)


Quella mattina, passando in macchina, Cheddonna  non lo aveva visto al suo solito posto, vicino al semaforo.In realtà non aveva visto nemmeno il semaforo.Il comune aveva deciso di modificare la viabilità di quel grande incrocio già da molti mesi, ma Cheddonna non lo sapeva. Nemmeno Khrisna, il venditore di rose, l’aveva saputo fino a quel momento. Quando era andato a ritirare il cesto con la merce della giornata, si era trovato nel bel mezzo di un cantiere: operai al lavoro, vigili intenti a sbrogliare la matassa del traffico impazzito, lunghe code di auto e camion strombazzanti. Aveva alzato gli occhi e il suo semaforo non c’era più, al suo posto una grande rotonda europea, ancorché provvisoria.
Lui e gli indiani degli altri semafori si guardavano, inquieti. “E adesso, dove andiamo?” era la domanda silenziosa che passava dietro i loro occhi, come le scritte luminose su certe vetrine di periferia.
“Dovete spostarvi all’incrocio dall’altra parte della città. Vicino c’è la fermata degli autobus” aveva detto il capo, consegnando loro le rose.
“Vabbè, è uguale” aveva commentato uno, salendo di corsa sul pullman.
“Fino a che ci sono semafori” aveva aggiunto un altro, seguendolo.
Per Khrisna non era per niente uguale, ma doveva affrettarsi, se non voleva rimanere a piedi.

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