Fin da bambina Cheddonna era stata una divoratrice di libri. Quando leggeva le capitava di entrare a tal punto in una storia da pensare di farne parte. Di volta in volta aveva lottato al fianco delle sorelle March, fatto il tifo perché Rémi ritrovasse la sua famiglia, provato sincera comprensione per il povero Incompreso, e desiderato avere un fratello come Giannino Stoppani, invece di sua sorella Cheddolce.
Aveva sognato di avere un giardino segreto, dei pattini d’argento e un albero su cui arrampicarsi per incontrare Cosimo Piovasco di Rondò. Era perfino andata ventimila leghe sotto i mari e al centro della Terra, e quando era stata sull’asteroide B612 si era innamorata perdutamente del piccolo Principe.
Ma Pollyanna no, Pollyanna proprio non le era mai andata a genio, con quel suo gioco della felicità del cavolo.Felicità ad oltranza, felicità ideologica- la definiva Cheddonna- felicità di plastica.
Col suo incrollabile ottimismo, nonostante la vita non facesse altro che accanirsi contro di lei, avrebbe fatto sentire inadeguato perfino Giobbe. In colpa, quasi, per non essere alla sua altezza. In una parola: insopportabile.
Quando, molti anni più tardi, aveva scoperto che la psicologia cognitiva definisce proprio”sindrome di Pollyanna” un vero e proprio disturbo della personalità che determina una ” tendenza a percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo solo gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi e problematici,” non ne era rimasta sorpresa, e aveva esclamato, compiaciuta: “Lo sapevo. Ben ti sta, Pollyanna! “

“Questa sera l’Italia gioca contro l’Uruguay” aveva detto IlPrincipe, a pranzo.
“Speriamo solo che questa partita sia migliore di quella contro la Costa Rica” aveva risposto Miomarito, piuttosto scettico.
“Infatti” aveva aggiunto Cheddonna, piuttosto infervorata “una partita da dimenticare.
Buffon era IN-GUAR-DA-BI-LE!”
IlPrincipe e Miomarito  si erano guardati, un po’ stupiti dalla competenza calcistica di Cheddonna.
“Ma no, dai, Buffon non era male” aveva provato a dire Miomarito.
“Non era male?” aveva risposto lei, inviperita “ma dico io, come si fa ad abbinare una divisa salmone con una scarpa azzurra e una fucsia?”

Eh, sì! La partita Italia-Inghilterra, alla fine, non ce l’aveva fatta proprio a vederla. Non che non ci avesse provato, ma dopo il primo quarto d’ora Cheddonna aveva realizzato che non sarebbe mai arrivata sveglia al novantesimo minuto. Ma questa volta la partita iniziava alle diciotto, perciò Cheddonna aveva invitato gli amici per vederla insieme a loro. C’erano Unozio, il fratello minore di Miomarito, e la Fulvia, sua compagna da quasi un anno, ormai. C’era anche il piccolo Ernesto, detto il “Che”, il bambino che la Fulvia aveva avuto da Losplendido, prima che lui partisse per il Brasile, quasi cinque anni prima.
Unozio era innamorato della Fulvia fin da quando, vent’anni prima, erano entrambi stati testimoni alle nozze di Cheddonna e Miomarito, ma lei non se n’era mai accorta e aveva continuato per la sua strada.
Un giorno lei aveva incontrato Losplendido,  che non vedeva dai tempi del liceo, e aveva capito che sarebbe diventato il padre dei suoi figli. Lui, invece, quando aveva capito che sarebbe diventato padre, le aveva detto che sarebbe partito per un po’, tanto per schiarirsi le idee, e si era trasferito in Brasile. Da allora non si erano più rivisti, e la Fulvia pensava che, dopo tutto, forse era meglio così.
 Alla fine del primo tempo, mentre i cronisti commentavano le azioni degli azzurri, la regia aveva cominciato a trasmettere le immagini degli spettatori, inquadrando volti dipinti di azzurro o di rosso e blu, i colori della Costa Rica, ragazze in bikini, gruppi di uomini sovrappeso a torso nudo.  Miomarito e Unozio erano in cucina, impegnati a commentare il risultato del primo tempo e a fare pronostici.
A un tratto la Fulvia aveva lanciato un grido, e il bicchiere che teneva in mano le era caduto per terra. Cheddonna le si era avvicinata, preoccupata. Sullo schermo, tra due ragazze di colore che ballavano la samba c’era un uomo sulla quarantina, con  lo sguardo indolente e folti capelli castani, che gli ricadevano morbidamente ai lati di un viso praticamente perfetto.  Ogni tanto si ravviava il ciuffo con noncuranza, fingendo di ignorare la telecamera, dopo essersi assicurato che inquadrasse  il suo profilo migliore.
“Ma quello è…” aveva mormorato Cheddonna, portandosi una mano alla bocca.
“Losplendido, già…” aveva risposto la Fulvia, con un filo di voce.
“Chi è Losplendido?” aveva chiesto il “Che”, smettendo per un attimo di correre dietro a  Gaetano, il cane di Cheddonna.
La Fulvia sentiva che era arrivato il momento che, per quattro anni, aveva  sempre rimandato, per proteggere il “Che”, e anche un po’ se stessa: avrebbe parlato al “Che” di suo padre..

Erano passati quattro anni dall’ultima volta  che  aveva provato quell’emozione  particolare e del tutto inspiegabile, che la faceva sentire come Alice nel paese delle meraviglie: proiettata in un magico mondo a lei del tutto sconosciuto.
Cheddonna ricordava ancora perfettamente i luoghi, i volti, i rumori di fondo e perfino di che colore era vestita allora. E come poteva essere diversamente?
Quattro anni dopo c’era la stessa calda atmosfera di attesa, e lo stesso caldo soffocante.;perfino gli stessi volti, tutt’ intorno a lei. Anche il colore che indossava era lo stesso: azzurro, naturalmente.
Quattro anni dopo era ancora lì, in piedi  vicino al televisore, con la mano sul cuore, pronta a cantare a squarciagola l’inno di Mameli. Aspettava il calcio d’inizio improvvisandosi ultrà a tempo determinato, prima di appendere la maglia al chiodo per altri quattro anni.
 La prima partita della nazionale sarebbe iniziata di lì a poco, a mezzanotte in punto.
“Ma proprio così tardi dovevano farla, sta partita?”si domandava Cheddonna, che ultimamente era piuttosto incline ad addormentarsi sul divano.
Dopo tutto erano passati altri quattro anni e Cheddonna non era così sicura che sarebbe riuscita a sentire il fischio finale.

Alle recite della scuola materna de IlPrincipe, Cheddonna piangeva sempre. Era più forte di lei, ma non poteva ascoltare quelle vocine spaesate  cantare le canzoncine di Natale, o recitare la poesia di fine anno senza che gli occhi le si facessero lucidi per la commozione e grosse lacrime le rotolassero via dalle ciglia, mettendo a dura prova anche il più waterproof dei mascara.
“Non sono la sola”-si diceva- guardandosi intorno circospetta e intercettando molti altri occhi arrossati, dietro i flash delle macchine fotografiche, e visi nascosti da provvidenziali fazzoletti di carta.
Verso la fine delle elementari i flash  alle recite erano diminuiti, e di fazzoletti se ne vedevano sempre meno. Alle medie,  non fosse stato per le amiche del M.A.M.A., notoriamente inclini alla commozione,Cheddonna avrebbe cominciato a sentirsi una mosca bianca. Ora  IlPrincipe stava finendo la prima liceo, e quel giorno avrebbe avuto il suo annuale saggio di pianoforte.
Anche se IlPrincipe, temendo che si annoiasse-Che sciocco! come avrebbe potuto annoiarsi al saggio di suo figlio!- le aveva caldamente consigliato di restare a casa, Cheddonna si era recata al saggio fermamente intenzionata a non versare nemmeno una lacrima. Per un po’ c’era riuscita. Aveva ascoltato una pessima suonatrice di violoncello, due gemelli violinisti  passabili e una suonatrice di flauto traverso davvero promettente senza scomporsi minimamente, ma quando era apparso lui, IlPrincipe, bello come il sole nel suo completo scuro, e si era seduto al pianoforte, non ce l’aveva fatta più, ed  era scoppiata a piangere senza ritegno.
Si frugò nelle tasche e, accanto alle lacrime, vi trovò un paio di occhiali neri, grandi, che le davano quel tocco di mistero che le donava tanto. Li inforcò e, protetta da quello schermo impenetrabile, continuò a piangere indisturbata per tutta la durata dello spettacolo. In fondo, a lei piaceva così.
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