L’ombrellone accanto a quello di Cheddonna, rimasto libero per qualche giorno, era stato occupato da una coppia non più giovanissima, dall’aspetto molto sportivo.
Arrivavano al mattino presto, per godere dell’aria salubre delle prime ore del giorno, si trattenevano fino al tramonto, e trascorrevano la giornata a a sperimentare  le molteplici possibilità offerte dall’animazione. Cheddonna, fingendosi totalmente assorta nella lettura del suo libro, cercava di capire, ascoltando qualche brandello di conversazione, da dove venissero, ma i due parlavano pochissimo, e sempre a voce troppo bassa per essere uditi.
-Saranno sicuramente tedeschi- pensava Cheddonna, considerando il pallore del loro viso.
-Sono italiani- le aveva detto Miomarito, di ritorno da una lezione di spinning nella quale si era ritrovato a pedalare accanto al vicino di ombrellone. -Lui si chiama Mario, lei Silvana. Vieni, che te li presento- aveva aggiunto poi.
Avevano cominciato a chiacchierare del tempo incerto, che altrove avrebbe seriamente compromesso il buon esito delle vacanze mentre lì tra animazione, spettacoli, e, perché no, qualche gita culturale, non  influiva granché.
-E vogliamo parlare della cucina romagnola?- aveva aggiunto Mario, facendo l’occhiolino a  Miomarito, -La piadina, lo gnocco fritto…- Silvana, sospirando, aveva lanciato a Cheddonna uno sguardo di profonda solidarietà femminile:si sa che lo gnocco fritto e la prova costume sono decisamente incompatibili, ma tant’è, per essere belle bisogna soffrire, almeno un po’.
Come succede spesso, a quel punto gli uomini avevano cominciato a parlare tra loro, allontanandosi verso il bar della spiaggia, e le donne li avevano imitati, accoccolandosi meglio sui lettini abbronzanti.
-Quindi voi venite qui spesso, d’estate, se ho capito bene- aveva domandato Cheddonna, incuriosita.
-Sì, quando siamo andati in pensione, due anni fa, ci siamo trasferiti all’estero, ma tutti gli anni, quando torniamo in Italia a trovare i nostri figli e i nipotini, trascorriamo almeno una settimana in Riviera.  Non potremmo mai rinunciare!-
-Già, vivere tutto l’anno in un paese come la Germania, bellissimo, per carità, ma senza un mare degno di questo nome, mette un po’ di nostalgia dell’azzurro e del sole di questi luoghi…-pensava Cheddonna
-Ma… dove vivete di preciso,  se non sono indiscreta.Germania,… Svezia …Danimarca?-
-Seychelles!- aveva risposto Mario, che nel frattempo era tornato all’ombrellone, in compagnia di Miomarito e di  due aperitivi per le signore.
-Eh sì- pensava Cheddonna, compiacendosi tra sé per la scelta delle vacanze -Come la Riviera romagnola non c’è niente al mondo!-

Dopo l’interminabile viaggio in Puglia, l’esperienza bucolico-agreste in agriturismo e la gita a Palermo dell’anno precedente, che avevano messo a dura prova perfino una maratoneta dei tacchi a spillo come lei, Cheddonna era finalmente riuscita a convincere Miomarito a trascorrere una vacanza sulla Riviera romagnola.
“Ma il mare, lì, è marrone!E poi …tutta quella gente! e  gli animatori petulanti…”aveva provato ad argomentare lui.
“Figo, si mangia bene, c’è la spiaggia proprio davanti all’hotel e un sacco di cose da fare, anche per quelli della vostra epoca! “aveva commentato lPrincipe, con l’approvazione incondizionata di Cheddonna, ad eccezione, ovviamente, dell’ ultimissima argomentazione.
“Effettivamente”, aveva dovuto ammettere Miomarito dopo essere arrivato a destinazione”il mare non è poi così male. Meduse non ce ne sono, questo è certo, e la spiaggia è attrezzatissima. Tutto sommato credo che non mi annoierò” aveva decretato infine,  un attimo prima di sparire in mezzo a un gruppo eterogeneo di vacanzieri intenti a seguire la lezione di “risveglio muscolare”.
“Incredibile!” aveva esclamato Cheddonna, rivolgendosi al figlio. “Hai visto papà che saltella sul bagnasciuga?”, ma IlPrincipe, a sua volta, era già andato a esplorare le molteplici possibilità offerte dal bagno “Tres chic”, e non poteva certo sentirla.
Rimasta sola, Cheddonna aveva deciso che avrebbe sfruttato quelle due settimane per praticare più sport possibili, tornando dalle vacanze in forma ancora più smagliante. Però, prima, avrebbe letto giusto qualche rivista di gossip, per rilassarsi un po’. Di tanto in tanto, Miomarito tornava all’ombrellone annunciandole “L’acqua-gym è fortissima, domani dovresti provarla anche tu!” oppure “Tra quindici minuti inizia la lezione di Zumba! “ma Cheddonna, immersa nella lettura, rispondeva che forse l’avrebbe raggiunto dopo, e continuava a sfogliare una delle settecento riviste messe a disposizione dei clienti, sempre più assorta.
 Intanto, la giornata era trascorsa, ed era ora di tornare all’albergo per prepararsi alla cena.
Cheddonna non aveva mosso un muscolo per tutto il giorno, ma andava bene così;piuttosto,  a furia di sfogliare riviste, sospettava di essersi procurata un inizio di tendinite.

Quando aveva ricevuto la telefonata de Loziovescovo, al suo ex segretario, don Travet, erano tornati in mente tanti ricordi. Per quasi dieci anni avevano lavorato fianco a fianco, partecipato a conferenze, girato per la diocesi e trascorso insieme anche le vacanze estive. L’ultima, in particolare, era rimasta impressa come un ricordo indelebile nella sua mente.
Quell’anno Loziovescovo aveva deciso di recarsi su un’isoletta al largo della Corsica, alla ricerca di quella pace che la sua vita frenetica gli impediva di trovare nel resto dell’anno.
“Quest’anno andremo a ‘Les Capucines'” aveva annunciato a don Travet, affinché si occupasse di effettuare la prenotazione. “Un convento di cappuccini….Beh,  almeno non sono trappisti” pensava tra sé don Travet, mentre componeva il numero.
“Les Capucines resort, sono Veronique, cosa posso fare per lei.?…”la voce all’altro capo del telefono non era certamente quella del portinaio del convento. Non che gli dispiacesse, anzi. Superata la sorpresa iniziale don Travet aveva considerato  che quella vacanza si prospettava molto diversa da come se l’era immaginata, e già pregustava quei quindici giorni di assoluto relax.
Il giorno dell’arrivo, dopo aver aiutato il cameriere a trasportare le pesanti valigie de Loziovescovo nella suite a lui riservata, composta da  un salotto, uno studio e una camera con letto a baldacchino, oltre ad una salle de bain con Jacuzzi rotonda, gli era stata indicata la sua camera.
“E’ quella laggiù, in fondo al corridoio ” aveva detto il cameriere, prima di abbandonarlo con i suoi bagagli al piano terra, dove c’erano le camere del personale. “Non abbiamo più stanze libere..”.si era scusato il concierge, al loro arrivo.
La stanza era del tutto simile alla cella di una convento: un letto, un tavolino e un minuscolo bagno. La finestra, però, dava  direttamente sulla splendida piscina olimpionica.”Non vedo l’ora di andare a farmi una nuotata” pensava don Travet, cercando di infilare i suoi vestiti nel piccolissimo armadio.
Una chiamata de Loziovescovo  aveva interrotto i suoi pensieri. “Pronto, don Travet? Se si è già sistemato vorrei andare al mare. Come dice?No, non possiamo andare in piscina:troppi curiosi.Desidero un po’ di privacy. C’è una caletta proprio qui sotto che è uno spettacolo!”
E così don Travet, caricatosi sulle spalle un ombrellone, due sdraio pieghevoli e la borsa contenente le creme solari e il  pesante libro degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, aveva accompagnato Loziovescovo lungo i duecentosettantotto gradini che separavano la caletta dall’hotel  per quattro volte al giorno, prima e dopo pranzo, per le successive due settimane.
“Ah, che vacanza rigenerante!”aveva raccontato Loziovescovo a Cheddonna, una volta tornato a casa.
A settembre, però, don Travet aveva repentinamente ricevuto la nomina a parroco in una diocesi molto, molto lontana e quella era stata l’ultima vacanza che avevano trascorso insieme, con grande rammarico de Loziovescovo.
Fino a un giorno di luglio, quando don Travet aveva ricevuto quella telefonata: “Pronto, sono Loziovescovo…stavo pensando di andare qualche giorno al mare… mi farebbe piacere se mi accompagnasse, in ricordo dei vecchi tempi”

 Dopo che, durante l’intervallo della partita Italia-Costarica, la telecamera aveva inquadrato Losplendido, affascinante come sempre, e con l’aria di trovarsi perfettamente a suo agio tra le due bellezze locali che gli facevano corona, la Fulvia aveva dovuto spiegare al piccolo Ernesto, il “Che”, che, beh, quello era suo padre.
Lui l’aveva ascoltata con un’espressione concentrata, poi, soddisfatto della spiegazione, era tornato a giocare con Gaetano, il cane di Cheddonna, e nessuno dei due aveva più avuto bisogno di ritornare sull’argomento.
Poi, un giorno, Losplendido aveva deciso di tornare. “Voglio conoscere Miofiglio” aveva scritto in un sms alla Fulvia “Torno in Italia giovedì sera. Ci vediamo venerdì”
“Si chiama ‘il Che’, non Miofiglio”, aveva ribadito lei, ma poi aveva acconsentito a farli incontrare.
Unozio, il nuovo compagno della Fulvia, aveva fatto un passo indietro, e li aveva lasciati andare, cercando di tenere a bada i suoi pensieri neri.
E così si erano incontrati :la Fulvia, il Che e Losplendido, ed erano andati insieme al cinema.
“Miofiglio è bellissimo” aveva detto lui, appena l’aveva visto arrivare. “Sì, IL CHE ti somiglia moltissimo” aveva dovuto ammettere la Fulvia, calcando un po’ la voce su quel nome che aveva dovuto scegliere da sola, e che per nessuna ragione al mondo avrebbe voluto cambiare.
“Vuoi i popcorn!” aveva esclamato Losplendido,  dirigendosi al bar del foyer senza nemmeno aspettare la risposta del Che.
“Eccomi qua!Vuoi anche la coca? E le caramelle, vero?” e  prima di sparire nuovamente in direzione del bar aveva depositato tra le manine del Che una porzione di popcorn king-size,così grande che gli impediva di vedere lo schermo davanti a sé.
“Mamma, non ci vedo, li tieni tu?” aveva piagnucolato, mentre Losplendido continuava a riversargli in grembo i più svariati generi di conforto. La Fulvia aveva provato a fargli notare che poteva bastare così, e che dopo tutto il Che aveva già cenato, ma Losplendido non sembrava sentire ragioni.
“Ogni desiderio di Miofiglio è un ordine!” le aveva risposto, a mo’ di spiegazione.
“SSST! Quando arriva Unozio?Sta per cominciare” aveva tagliato corto il Che.
Losplendido non lo aveva sentito, o aveva fatto finta: difficile dire  cosa gli stesse passando per la testa, dietro gli occhiali scuri che ancora, nonostante in sala fosse già sceso il buio,  non si era deciso a togliersi.

“-Siamo qui, in cerca d’un editore.-
-D’un editore? Che editore?-
-D’uno qualunque, signore-
-Ma qui non c’è nessun editore, perché non abbiamo in prova nessuna commedia nuova-
-Tanto meglio, tanto meglio allora, signore! Potremmo essere noi la loro commedia nuova.”-
Così si presentano, chiedendo umilmente scusa a Pirandello, sei personaggi de “Il mondo di Cheddonna”, in cerca, questo sì, di un editore vero, serio, possibilmente, e disposto a rischiare scommettendo su di loro. Lo troveranno?
Eccoli, in ordine sparso:

Miomarito, il marito che detesta lo shopping e non trova mai le chiavi di casa;IlPrincipe, il figlio quattordicenne innamorato di una ragazza dai capelli blu;NonnaNenna, la nonna ultranovantenne senza peli sulla lingua; Cheddolce, la sorella-rivale; la Fulvia, l’amica del cuore, primipara attempata e single e, naturalmente lei, Cheddonna, splendida quarantenne “straordinariamente normale”.
Perchè in principio era Cheddonna. Tutto il resto è una conseguenza.
Per ora li trovate, insieme a tanti altri, su “Il mondo di Cheddonna”

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