Minchia, signor tenente!


Sarà che a Cheddonna erano sempre piaciute le sorprese, i finali imprevedibili e i panorami inaspettati, dietro le curve.
Sarà che una delle cose che le piacevano di più,  in una persona, era la sua capacità di non rimanere uguale a se stessa, negli anni, senza rinunciare ad essere coerente.
Ma quando, nel 2002, aveva visto in libreria “Io uccido”, di Giorgio Faletti, non era stata tra quelli che avevano storto il naso, pensando che un comico non abbia il diritto di reinventarsi scrittore.
Lei, quel libro, lo aveva comprato e letto con una curiosità che ben presto aveva lasciato il posto alla sensazione di aver scoperto qualcosa di prezioso. Un libro appassionante, costruito abilmente, e scritto bene. A tratti benissimo.
A quel libro erano seguiti tutti gli altri, come le accadeva soltanto con gli scrittori che amava di più.
Il comico che  l’aveva fatta prima tanto ridere, e poi venire i brividi cantando a san Remo una canzone sugli attentati di mafia era anche un bravo scrittore,  con buona pace dell’intellighenzia snob e di coloro che si sentono rassicurati dal dividere il mondo in compartimenti stagni.
Sarà che a Cheddonna erano sempre piaciute le sorprese, i finali imprevedibili e i paesaggi inaspettati, dietro le curve, ma quell’uscita di scena cosi improvvisa e prematura era come trovarsi di fronte a un mare di ciminiere dal fumo nero e denso, subito dopo una curva troppo stretta.

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