“Cos’è successo?” aveva domandato Miomarito a una Fulvia pallida come un cencio, prima di entrare di corsa nello chalet.
“Non capisco…Stava così bene..eravamo da poco tornati dal ristorante  e improvvisamente ha cominciato a dire che aveva un gran mal di pancia…un attimo dopo era svenuto sul letto”aveva risposto la Fulvia.
“Cos’ha mangiato, signora?”aveva domandato uno dei due lettighieri, giunti proprio in quel momento, superando Cheddonna e i suoi tacchi a spillo.
“Uhm, vediamo…Risotto con i porcini…scaloppine agli champignons e polenta con funghi trifolati..”aveva risposto la Fulvia, dopo averci pensato un po’ su.
“Mi sembra evidente” aveva stabilito il secondo lettighiere, un omino piccolo e magrolino.”Funghi velenosi..”
“Ma non diciamo assurdità, è un ristorante segnalato sulla guida Michelin!Lo escludo nel modo più assoluto. E poi  li ho assaggiati anch’io e, come vede, sto benissimo!”  si era impuntata la Fulvia, che detestava essere contraddetta dagli sconosciuti.”Piuttosto, come al solito, avrà esagerato con le porzioni…”
Nel frattempo il lettighiere magrolino, aiutato dal suo collega,  prossimo alla pensione, stava cercando di caricare Unozio, che permaneva in uno stato di semi-incoscienza, sulla barella pieghevole.
L’impresa era apparsa da subito assai ardua, viste le ragguardevoli dimensioni del paziente. “Potreste cortesemente darci una mano?” avevano finito col domandare, dopo l’ennesimo, inutile sforzo, e così Miomarito, la Fulvia e Cheddonna si erano improvvisati barellieri, sorreggendo, in precario equilibrio, un lembo dell’ingombrante barella.
Giunti non senza sforzo all’ambulanza avevano caricato Unozio, chiudendo in fretta il portellone per non perdere ulteriore tempo prezioso. Peccato  non avessero considerato che a quest’ultimo, uomo di peso e di altezza considerevoli, erano rimasti fuori i piedi. Il ferino grugnito che aveva emesso, mentre entrambi gli alluci cominciavano a pulsare come le luci dell’ambulanza, aveva reso evidente la terribile dimenticanza.
Per il resto il viaggio era trascorso senza altri incidenti.
Giunti all’ospedale l’infermiere di turno, un omone alto due metri  con le mani grandi come badili, era subito corso in aiuto dei due colleghi.
“Ci penso io!” aveva detto, prendendo Unozio in braccio e dirigendosi a passo spedito verso il pronto soccorso. Non si era accorto che una delle gambe di Unozio era rimasta un po’ a penzoloni e, imboccando di corsa una curva del corridoio, l’aveva fatta sbattere contro l’angolo del muro.
A quel punto Unozio aveva aperto gli occhi, o per  meglio dire li aveva sbarrati, ululando contemporaneamente  per il dolore alla gamba e ai pollicioni. L’infermiere, quatto quatto,  lo aveva depositato sul primo lettino disponibile, prima di dileguarsi nel corridoio.
“Vedo che sta meglio!” aveva esclamato il medico di turno, un certo dottor Galvan, sopraggiunto proprio in quel momento. “E’ di nuovo cosciente e reattivo!  Adesso non resta che fare una bella lavanda gastrica e tornerà come nuovo!”
A quelle parole Unozio era balzato in piedi e, zoppicando vistosamente, si era diretto verso la sala d’aspetto, dove la Fulvia, Cheddonna e Miomarito stavano attendendo sue notizie. Non sarebbe sopravvissuto a una  lunga notte lì dentro. Non si trovava mica in un romanzo di Pennac!

Anche quell’anno Unozio, il fratello di Miomarito, aveva invitato  Cheddonna  e la sua famiglia a trascorrere qualche giorno nella sua casa in montagna e anche quell’anno avevano finito con l’accettare, e così lei e Miomarito erano partiti per un week end in mezzo alla natura, come aveva detto lui. “In mezzo al nulla, vorrai dire!”lo aveva corretto Cheddonna. IlPrincipe, manco a dirlo, aveva preferito rimanere a casa con NonnaNenna.
A Cheddonna l’idea di arrampicarsi fino a quel manipolo di case strette le une alle altre come  per farsi coraggio tra loro  non sorrideva affatto. Oltretutto non era impresa da poco, indossando scarpe tacco dodici.
“Qui non c’è nulla, nemmeno la strada per raggiungere la casa!” aveva detto a Miomarito, arrancando un po’ sulla lieve salita che separava il parcheggio dallo chalet di Unozio,”E poi non succede mai nulla!”
“Shhh! Mi sembra di sentire un rumore strano…” l’aveva interrotta Miomarito. “Sembra la sirena di un’ambulanza. E, in effetti, di lì a pochi istanti il rumore si era fatto più nitido ed era apparsa, tre tornanti più sotto, una luce lampeggiante.
“Cosa sarà successo?” si era chiesta Cheddonna, fermandosi per un momento a guardare. “Sicuramente Unozio lo saprà, qui sono quattro gatti e si conoscono tutti!”
Ma, proprio in quel momento la porta dello chalet di Unozio di era spalancata e la Fulvia ne era uscita di corsa, facendo ampi gesti per attirare l’attenzione dell’ambulanza in arrivo. Non sembrava nemmeno essersi accorta dell’arrivo di Cheddonna e Miomarito.
“Presto, da questa parte! aveva gridato, concitata “Unozio sta male!”…. (to be continued)

Tutto era cominciato quando Mark Zuckerberg  aveva postato  sul social network da lui ideato un video nel quale, prima di rovesciarsi addosso un secchio d’acqua ghiacciata, invitava Bill Gates, suo eterno rivale, a fare altrettanto. Quest’ultimo aveva raccolto la sfida e pubblicato a sua volta un filmato nel quale, completamente vestito, era intento a farsi una doccia con cubetti di ghiaccio, non senza aver chiamato in causa altri malcapitati. Da allora, rimbalzando da una star di Hollywood a un calciatore famoso, questa sfida a suon di  brividi era diventata virale e non si contavano più i video dedicati alla nuova moda dell’estate.
Ben presto, ça va sans dire, anche Cheddonna era stata nominata. Aveva preparato un secchiello da champagne con molto ghiaccio e, rivolgendo un sorriso smagliante alla webcam del suo computer, se l’era versato in testa, nominando la Fulvia come vittima successiva.
“Divertentissimo! “pensava qualche minuto dopo mentre, avvolta in  una pesante coperta di lana sorseggiava un tè bollente, guardando il video che la Fulvia aveva appena pubblicato.
Il giorno dopo si erano sentite al telefono per riderne insieme, ma tra un colpo di tosse e l’altro non erano riuscite a dirsi un granché. A dirla tutta, Cheddonna aveva anche un po’ di febbre…
“Cough cough!Non abbiamo più l’età per certe cose. Cough!”aveva constatato la Fulvia, con voce cavernosa. “Sciocchezzeeeeetciù !” aveva risposto Cheddonna, soffiandosi rumorosamente il naso. “Tutta colpa del clima!”

Ci sono persone che fanno parte della tua vita, anche se non le conosci affatto. Qualcosa di loro, uno sguardo, un sorriso, un modo di camminare, ti restano dentro, diventano familiari, a volte crescono insieme a te. Lui era una di quelle persone: era Mork, quando lei, da bambina, sognava di volare nello spazio, il professor Keating, quando, da adolescente, combatteva per la giustizia e la libertà, Peter Pan, quando, da adulta, si misurava con la paura di diventare grande sul serio.
Fissando la fotografia sul giornale Cheddonna pensava che, a volte, le persone se ne vanno senza avvisare e, anche se non le conoscevi affatto, sai già che ti mancheranno.  

Tornando dall’aeroporto, dove era da poco atterrato, di ritorno dalla vacanza studio in Inghilterra, Cheddonna guardava IlPrincipe, e una volta di più stentava a riconoscere, in quel ragazzo alto, abbronzato e un po’ arruffato il suo bambino. Doveva ammetterlo:era quasi un uomo, ormai. Aveva fatto proprio bene a insistere perché partisse per l’Inghilterra. Si sa: al giorno d’oggi, l’inglese è fondamentale.
Poi aveva saputo che IlPrincipe, nella metropoli londinese, era ospitato da una coppia di broker, che aveva incrociato sì e no un paio di volte in quindici giorni; che una sera, di ritorno dal corso di inglese,  era sceso alla fermata sbagliata e si era perso nella periferia di Londra, riuscendo a tornare a casa sano e salvo a bordo di un taxi di fortuna; che aveva conosciuto molti studenti di altre nazionalità, tra cui il simpaticissimo Russogigante, un ragazzo alto quasi due metri con l’hobby del gioco d’azzardo.
“In fondo” pensava Cheddonna, guardando IlPrincipe con occhi diversi ‘”che bisogno c’è di andare fino in Inghilterra per studiare l’inglese?  Lo studiano già tutto l’anno…”

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