Nel corridoio del liceo artistico, dove si svolgevano i colloqui con gli insegnanti, Cheddonna attendeva il suo turno ormai da più di un’ora. La fila delle mamme in attesa sembrava interminabile.
“Che fretta avranno tutte quante di precipitarsi a parlare con i professori dopo due sole settimane dall’inizio delle lezioni.?” pensava, seccata.
Allo squillo della campanella la porta dell’aula alla sua sinistra, la quarta f, si spalancò, rigurgitando una piccola e colorata folla di adolescenti che, zaini in spalla, si diresse verso le scale che conducevano al pianterreno.
Cheddonna li seguì per un po’ con lo sguardo, immaginando che fossero diretti verso il laboratorio di pittura, o la palestra, poi tornò a concentrarsi su quello che avrebbe dovuto dire all’insegnante di storia dell’arte, se mai fosse riuscita ad arrivare in fondo alla fila.
A un tratto, però, la sua attenzione fu di nuovo attratta da un altro gruppo di studenti, forse di prima, che stava entrando in quel momento nella quarta f, mentre in prima b, in fondo al corridoio, aveva appena fatto il suo ingresso  un branco di ragazzotti del quinto anno che se la stava prendendo decisamente comoda.
“Ma che succede?”aveva domandato Cheddonna alla signora bionda in fila davanti a lei. “C’è lo sciopero degli insegnanti e non hanno detto nulla?”
“Ma no” aveva risposto, quest’ultima, “Non gliel’ha detto suo figlio? Quest’anno ci sono tre classi  in più, mentre le aule sono sempre le stesse..”
“E quindi?” aveva chiesto Cheddonna, che non era informata sui fatti, tra l’incredulità e lo stupore.
“E quindi queste tre classi si trasferiscono ogni due ore nelle aule lasciate vuote da quelli che hanno lezione di educazione fisica, o laboratorio” aveva sospirato la mamma bionda, rassegnata.
Cheddonna pensava che, di tutte le cose assurde che aveva mai sentito, quella meritava certamente un posto d’onore.
Quei ragazzi costretti a cambiare aula ogni due ore, sempre con gli zaini in spalla, senza un luogo anche fisico dove mettere radici, oltre agli zaini, le ricordavano  i pastori erranti dell’Asia, o le greggi transumanti dell’Abruzzo. Ottimi argomenti per una poesia, certamente, assai meno per un sano e corretto apprendimento. Ma tant’è: così vanno le cose oggi, nella scuola. Mancano i fondi, le strutture.Non possiamo farci niente, pensava tra sé un attimo prima di vedere IlPrincipe e i suoi compagni entrare in un’aula che un’etichetta metallica identificava come quinta c.
La terza classe, dunque, era proprio quella de IlPrincipe, realizzò Cheddonna, che sentiva crescere l’indignazione a vista d’occhio.
“Al diavolo la coda, con l’insegnante di storia dell’arte parlerò un’altra volta, dopo tutto non c’è tutta questa fretta”, pensava Cheddonna, puntando, a passo di marcia, verso l’ufficio del preside.

L’area arrivi dell’aeroporto era particolarmente affollata. L’aereo di Miomarito era un po’ in ritardo e Cheddonna, dopo essere rimasta in piedi per un po’, aveva finalmente trovato posto su una delle sedie vicino alle scale. Proprio accanto a lei sedeva una giovane donna, intenta a battere il proprio record a Candy crush saga.
Più in là un uomo un po’ più vecchio, in tenuta pseudo casual e con un nuovissimo i-phone 6 in mano, rideva da solo guardando video su you tube.
Sulla scala vicina  un bimbetto di circa tre anni giocava a saltare i gradini a tre a tre, finendo il più delle volte sui piedi di qualche malcapitato.
“Ivaaaaan” diceva di tanto in tanto l’uomo con l’i-phone, ripetendo il nome di quello che doveva essere suo figlio con  estenuante lentezza,  senza mai distogliere lo sguardo dallo schermo.
“Insomma, Ivan, sta’seduto” aveva detto a un certo punto la ragazza  accanto a Cheddonna, la quale non aveva potuto far a meno di pensare che lei, su quei gradini, non avrebbe fatto sedere nemmeno Gaetano, il cane di IlPrincipe..
“Accidenti, non c’è connessione!” aveva gridato a un certo punto la madre, sollevando per un attimo lo sguardo dal display retroilluminato e vedendo il bambino sdraiato su quegli scalini sudici. “Ivaaaaaan!” aveva gridato. “Non devi stare sdraiato. Ti ho detto seduto.”
“Perchè?” aveva domandato lui, che non vedeva la differenza.
“Oh, insomma, perchè sì!” aveva risposto la mamma, che nel frattempo era riuscita a ristabilire la connessione a internet.
“Posso colorare?” aveva chiesto Ivan, stanco di stare sdraiato e, non avendo ricevuto risposta, secondo l’antica consuetudine del silenzio-assenso, aveva cominciato a dipingere i muri dell’aeroporto con i pennarelli che aveva nello zainetto.
Dopo che una solerte guardia aeroportuale, individuati i genitori del vandalo,  aveva elevato loro contravvenzione, il padre aveva proposto a Ivan di giocare a schiacciapollice con una mano, che di tanto in tanto staccava per girare le pagine dell’i-phone.
“Almeno, così, lo tengo sott’occhio” aveva detto alla moglie, già intenta a pubblicare su instagram la foto dei murales del figlio.
Cheddonna aveva guardato tutta la scena con un crescendo di emozioni: curiosità, stupore, compassione, rabbia. Certo, pensava, che quel bambino si stava annoiando. Anche lei non amava le attese e, questa volta, l’aereo di Miomarito era davvero in ritardo. Certo che poteva capire i genitori, alle prese con una crisi economica che aveva indubbiamente un peso nei complicati equilibri familiari, ma, santo Cielo, con tutte le offerte che ci sono oggi, uno smartphone avrebbero potuto comprarlo anche al bambino, no?

Papa Francesco, come al solito, era stato perentorio, nel discorso rimbalzato rapidamente su tutti i media:  i conventi chiusi non dovevano diventare alberghi per guadagnare denaro, ma centri di accoglienza per i migranti. Parole dure, che avevano costretto tutti a interrogarsi, a cercare delle soluzioni.
“E’ proprio un peccato che il seminario diocesano, con la sua foresteria da oltre cento posti letto, sia in procinto di essere ristrutturato”  pensava   Loziovescovo, che aveva appena finito di scegliere insieme ad Archidelia, l’architetto di cui gli aveva tanto parlato Cheddonna, le vasche idromassaggio per le nuove celle climatizzate della struttura.
“Eh, io abito in un bilocale, non certo in un convento” pensava don Travet, mentre l’ascensore lo portava nel suo appartamento al sesto piano dell’edificio dove ormai, da quando il vecchio parroco era al ricovero,  viveva completamente solo.”Per fortuna”aveva aggiunto poi, sempre nei suoi pensieri, ma a bassa voce, per far finta di non aver sentito.

Il primo giorno di scuola Cheddonna era andata a prendere IlPrincipe insieme alla Fulvia, che lavorava vicino al liceo artistico ed era uscita per la pausa pranzo. Approfittando della bella giornata, erano rimaste un po’ a chiacchierare sul marciapiede di fronte al portone dell’edificio, in attesa che lo squillo della campanella desse il via libera alla transumanza degli studenti.
Due di loro, apparentemente dell’ultimo anno, erano usciti per primi, chiacchierando fitto fitto e si erano fermati accanto alle due donne, gettando gli zaini a terra. e accendendosi una sigaretta.
“Giova, hai fatto il test di facebook ‘Che personaggio storico sei’?” aveva chiesto il più basso dei due.
“Sì, Andre…Mi è uscito che Guevara. Volevo morire!”gli aveva risposto quello più alto e dinoccolato.
Cheddonna e la Fulvia si erano guardate, interdette. A dire il vero a Cheddonna era scappato un sorriso, prontamente represso, però, per rispetto dell’amica, che aveva chiamato il figlio Ernesto,  per tutti semplicemente il “Che”.
“Non preoccuparti, tesoro!” l’aveva rassicurata.Sono i corsi e ricorsi storici. Adesso, a dire il vero, vanno di più gli One direction, ma vedrai che per quando tuo figlio andrà al liceo Che Guevara sarà  già tornato di moda!”

Nell’aula scelta come sede per le riunioni del P.A.P.A, la voce di Miomarito risuonava forte e chiara, nel silenzio generale, nonostante il vetusto impianto di amplificazione non funzionasse dal 1978.
Per vincere l’emozione che lo prendeva ogni volta che doveva parlare in pubblico si era tolto gli occhiali, col risultato di vedere non molto di più di qualche ombra sfocata.
Poi si era schiarito la voce e aveva parlato per quasi un’ora della sua esperienza di padre troppo preso dal lavoro,  mentre la platea lo ascoltava in religioso silenzio.
“Noi padri anonimi perennemente assenti dobbiamo prendere atto della nostra dipendenza dal lavoro, che ci definisce più di quanto noi riusciamo a definire lei, dobbiamo riconoscere la nostra incapacità di ascoltare le richieste implicite dei nostri cari e soprattutto imparare a dedicare più tempo a loro, ma anche a noi stessi”.
Evidentemente il discorso di Miomarito aveva toccato corde assai profonde, negli animi degli spettatori, perchè, invece dell’applauso che si sarebbe aspettato di udire, in sala era calato un silenzio ancor più profondo .
Miomarito sentiva l’impellente bisogno di bere un sorso d’acqua, prima di rispondere alle domande del pubblico, e aveva di nuovo inforcato gli occhiali. Con una punta di delusione si era accorto che, sulle sedie di fronte a lui, non era rimasto che un solo spettatore.
Curioso: indossava un vestito blu proprio come il suo, e anche la cravatta era simile. Stava bevendo da una bottiglietta del tutto identica alla sua e ora “Etciù” starnutiva anche lui.
Miomarito si era chinato a prendere qualcosa dalla valigetta e anche l’uomo di fronte a lui l’aveva fatto.
Voleva consegnargli il programma dei prossimi incontri del P.A.P.A., e stringergli la mano, suggellando quella  sorta di fratellanza che, lo sentiva, ora li univa.
A  passo spedito Miomarito  si era diretto verso il punto in cui si trovava l’uomo, che a sua volta gli stava andando incontro con la mano tesa.
Poi Miomarito non aveva visto più nulla e, al posto del calore di una virile stretta di mano aveva sentito un forte dolore alla testa, e qualcosa di freddo sul viso.
 Lo specchio non si era incrinato, per fortuna, ma l’autostima di Miomarito e la sua determinazione un pochino sì.

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