images(Qualche anno fa)

La sala, prenotata da tempo, era già gremita di bambini vocianti: i nuovi compagni di scuola de IlPrincipe.
Sulla tavola, al centro, troneggiava un’enorme torta a forma di sei, tra dolci, patatine e bibite di ogni colore.
Cheddonna si guardava intorno soddisfatta: ad intrattenere i bambini ci avrebbero pensato due giovani e volonterose animatrici, perciò non le restava che rilassarsi e chiacchierare con le mamme presenti.
Aveva conosciuto la Titty, mamma della Sissy, e la Marty, mamma del Lolly, il compagno di banco de IlPrincipe. Aveva salutato altre mamme che non si erano potute trattenere e aveva cominciato a guardarsi intorno, per assicurarsi che tutto andasse bene.A un  certo punto la sua attenzione era stata irresistibilmente attratta da una bambina, seduta al tavolo dei rinfreschi.
Aveva  gli occhioni grandi,  indiscutibilmente blu,  lunghissimi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle, un vestitino a fiorellini e lucide scarpette di vernice rossa.
Sembrava una fatina delle fiabe, o una piccola Alice nel paese delle meraviglie. Se ne stava seduta composta, intenta a tagliare dei fonzies con coltello e forchetta. Cheddonna non riusciva a distogliere lo sguardo da quella creatura perfetta. “Eh, le bambine sono un’altra cosa!” sospirava, vedendo suo figlio e gli altri maschi intenti a ingozzarsi di patatine.Chissà come si chiamava?
“Chi?Troglodì?”aveva risposto IlPrincipe, con la bocca piena.
“Che strano nome per una fatina!IlPrincipe si sarà di certo confuso” pensava Cheddonna e,
avvicinatasi alla bambina, che aveva appena finito di bere un enorme bicchiere di coca-cola, le domandò, con voce flautata :”Qual è il tuo nome, bella bambina?”
“Mi chiamo Tro…”
Come in  slow motion,  Cheddonna vide la sua bocca aprirsi per rispondere, il labbro superiore tremolare come in un cartone animato dei Simpson  ed emettere il più sonoro e potente rutto che avesse mai udito, insieme alle ultime due sillabe del suo nome.
“Tutta un’altra cosa, effettivamente…” pensava Cheddonna, dopo essersi risistemata alla meglio la messa in piega.

La sala era affollata, anche se non straripante di gente. Le luci calde e ben studiate, le poltrone, di velluto rosso, comode e accoglienti.
“Sono tutti vecchi!” aveva commentato IlPrincipe, constatando che l’età media degli spettatori si aggirava sui cinquant’anni.
Cheddonna, fingendo di non averlo sentito, si accomodò tra lui e Miomarito, mentre la Fulvia e Unozio prendevano posto  nella fila sottostante. Era stata  proprio l’amica di sempre a trascinare Cheddonna e la sua famiglia a quel musical che, secondo lei, non avrebbero dovuto perdere per nessun motivo al mondo: “Jesus Christ Superstar”.
“Ma ti rendi conto?” le aveva detto, con gli occhi a stelline come nei cartoni animati giapponesi “Il protagonista è Ted Neely, l’attore che interpretava Gesù nel ’73! E ci sono anche Pilato e Maria Maddalena, quelli originali! Capisci?”
Cheddonna conosceva bene quel musical, da adolescente aveva visto il film e forse, da qualche parte, aveva ancora il 33 giri, ma erano passati secoli, da allora.
“Cosa?” si era intromesso IlPrincipe “Il tizio che canta è lo stesso di quarant’anni fa? E recita col deambulatore? E se gli cade la dentiera mentre canta?”
Cheddonna aveva soffocato appena in tempo una risatina. Quel pensiero, a dirla tutta, aveva sfiorato anche lei. Forse aveva fatto male a farsi trascinare lì dalla Fulvia.
Miomarito lo aveva fulminato con lo sguardo e IlPrincipe, alzando gli occhi al cielo, si era infilato le cuffiette dell’i-phone.Un attimo dopo, però, una maschera gli aveva gentilmente ricordato che era obbligatorio spegnere i cellulari durante lo spettacolo e così, sbuffando, si era dovuto rassegnare ad ascoltare quel supplizio.
Finalmente le luci si erano spente e le prime note dell’ouverture avevano riempito la platea. Prima era apparso Giuda, e poi lui, Gesù, tra applausi scroscianti.Invecchiato, sì, ma dritto e svelto come Cheddonna lo ricordava.
Aveva cominciato a cantare e  la voce, sebbene inevitabilmente segnata dal tempo, era ancora straordinariamente potente. Dopo l’incredibile acuto del Getsemani, salutato con una standing ovation, l’attore era rimasto per qualche minuto in ginocchio, con la schiena piegata all’indietro, aspettando che gli applausi si affievolissero. Per un istante Cheddonna, guardando la sua espressione sofferente, aveva temuto che l’artrite gli avrebbe impedito di rialzarsi.
Ogni tanto Cheddonna guardava di sottecchi IlPrincipe, per spiare le sue reazioni. Come al solito dal suo volto impassibile di adolescente non trapelava alcuna emozione, ma il suo sguardo era sempre  rimasto fisso sul palco.
“Allora, ti è piaciuto?” gli aveva chiesto, euforica, la Fulvia che, non avendo potuto a suo tempo partecipare a Woodstock per motivi anagrafici, aveva pensato di rimediare cantando e ballando per tutta la durata dello spettacolo.
“WHY SHOULD YOU WANT O KNOW?”, aveva risposto IlPrincipe, prorompendo inaspettatamente  in un potentissimo acuto , dopo averci pensato un po’ su.  Poi, come se niente fosse, aveva cercato su you tube “Heaven on their minds” la canzone di Giuda, ed era tornato a infilarsi le cuffiette del telefonino.

A Cheddonna il vento era sempre piaciuto. Da bambina, nelle giornate ventose, amava guardare i due altissimi cedri del Libano del suo giardino oscillare e inchinarsi l’uno all’altro, in un dialogo muto e concitato insieme. Di volta in volta erano guerrieri invincibili, o navi in mezzo al mare in tempesta, o giganti minacciosi dalle chiome ondeggianti.
Amava anche l’elettricità dell’aria, in quelle giornate in cui niente sembra essere rimasto al suo posto, dopo che il vento è passato, e  le piaceva sentire quella piccola scossa quando sfiorava un oggetto carico di elettricità statica.
Ma, soprattutto, le piaceva quell’azzurro che solo il vento forte riesce a strappare al cielo, trascinando con sé ogni velatura, insieme ai vortici di foglie colorate, in autunno.
Fino al giorno in cui, salendo sull’auto con un faldone pieno di fatture da portare al commercialista, queste, a un tratto, le erano cadute sul marciapiede, sparpagliandosi qua e là, in balia di un vento dispettoso.
Cheddonna le aveva inseguite ovunque, rincorrendo quelle bianche farfalle fin sulla strada, su una cancellata altissima, sotto le auto in sosta.Alla fine, stremata, era riuscita a raccoglierle tutte, e le aveva buttate sul sedile dell’auto, riuscendo a chiudere la portiera un attimo prima che una raffica più forte gliele strappasse ancora di mano. Aveva un diavolo per capello, oltre alla messa in piega del tutto rovinata.
“Adesso capisco” pensava tra sé “perché tutti dicono che il vento rende nervosi…”

L’anno prima, per festeggiare l’anniversario di matrimonio, Miomarito l’ aveva portata in un agriturismo dell’alta val Tiberina  e Cheddonna, che si era figurata tutt’altra destinazione, aveva dovuto, suo malgrado, partecipare alla vendemmia dall’alto delle sue scarpe tacco 12.
Un successivo weekend al Grand Hotel aveva scongiurato la conseguente e assai probabile crisi matrimoniale ma, ora che si stava avvicinando di nuovo la data del loro anniversario, Cheddonna non poteva far a meno di provare una leggera apprensione.
Miomarito era molto misterioso, in quei giorni: sicuramente stava organizzando qualcosa, ma non aveva lasciato trapelare nulla. Le aveva solo detto di preparare un bagaglio di mezza stagione, non troppo voluminoso, però; che sì, le scarpe col tacco le poteva portare, e no, stavolta non sarebbero andati in campagna, però anche un paio di scarpe da ginnastica sarebbero state utili.
“Dunque…” pensava Cheddonna, rassicurata “poco bagaglio, quindi probabilmente viaggeremo in aereo, vestiti di mezza stagione perciò resteremo in Europa, visto anche il poco tempo a disposizione, scarpe da ginnastica perché in hotel c’è sicuramente un’area fitness…direi che questa volta Miomarito ha fatto la scelta giusta”
La mattina del tre ottobre, dopo essere uscito  di casa assai presto, Miomarito aveva telefonato a Cheddonna chiedendole di raggiungerlo sotto casa, perché sarebbe passato a prenderla di lì a poco e non era sicuro di trovare parcheggio.
Dopo aver salutato NonnaNenna e IlPrincipe e aver fatto loro tutte le raccomandazioni del caso, Cheddonna era scesa e l’aveva visto, più raggiante che mai, alla guida di un mastodontico camper.
Per un attimo Cheddonna aveva pensato di andarsene alla chetichella prima che lui riuscisse a vederla, tra le auto parcheggiate in doppia fila, ma non era stata abbastanza veloce.
“Hey, Cheddonna! Che te ne pare? Dai, salta su, sarà divertentissimo!Stavo pensando quasi quasi di comprarne uno per le nostre vacanze!”
Cheddonna non aveva avuto la forza di rispondere. Non era certa che sarebbe sopravvissuta a quel
week- end appena cominciato.

“Tipregotipregotiprego! chiama tu la dottoressa Acchetti per disdire l’appuntamento. Io non me la sento proprio. Guarda, cough, cough! Sono completamente afona…” lo aveva supplicato Cheddonna, tossendo esageratamente.
Miomarito non aveva fatto commenti e, ridendo sotto i baffi, l’aveva rassicurata dicendole che ci avrebbe pensato lui ad affrontare la temibile pediatra de IlPrincipe.
Cheddonna aveva così potuto tirare un sospiro di sollievo. Dopo l’ultima telefonata, durante la quale aveva preso e disdetto più volte  un appuntamento per IlPrincipe, temeva che la dottoressa la considerasse quantomeno un po’ eccentrica.
“Devi dirle che IlPrincipe sta un po’ meglio e che non è più necessario che lo visiti. Grazie grazie grazie!” aveva aggiunto Cheddonna, tossendo ancora un po’ per sottolineare la sua impossibilità a chiamare personalmente.
Poco dopo aveva ricevuto un sms da Miomarito: “Appuntamento disdetto, la dottoressa, gentilissima, ha detto che passa nel pomeriggio a visitare IlPrincipe, visto che anche tu sei malata, perché c’è una brutta forma influenzale in giro”
Come diavolo avesse fatto Miomarito a cavarsela con tanta disinvoltura e a ottenere addirittura una visita a domicilio restava un mistero, ma poco importava.
Cheddonna era felice come al liceo,  quando il professore di greco decideva di interrogare qualcun altro e lei poteva finalmente alzare la testa dallo zaino nel quale aveva finto di cercare qualcosa fino a quel momento.
“Scampato pericolo!” aveva gridato, con voce improvvisamente priva di ogni traccia di raucedine. “Miomarito, grazie di esistere!” .

Mese per mese