Calli a Venezia


Quando Miomarito le aveva proposto un week end romantico a Venezia, Cheddonna ne era stata entusiasta. Lei, a Venezia, c’era già stata da piccola, con i suoi genitori e la sorella Cheddolce,  ma purtroppo  ne conservava soltanto  un ricordo sbiadito dal tempo. 

Le piaceva l’idea di ritornarci  insieme a Miomarito, loro due soli.

Lasciata l’auto a piazzale Roma ecco aprirsi, davanti ai loro occhi, la città in tutta la sua magnificenza.
Dopo aver attraversato, non senza rischiare più volte di cadere, i gradini diseguali del ponte, erano giunti all’imbarco del vaporetto, ma Miomarito aveva insistito per visitare la città a piedi e così avevano proseguito, ammirando i palazzi riccamente decorati, le chiese imponenti, le strade d’acqua verde bottiglia. 
Avevano passeggiato su e giù  per calli, campi e squeri.”Che nomi strani hanno le strade, in questa città. Chissà perché si chiamano così?” pensava Cheddonna.
Avevano seguito le rotte dei gondolieri, sorprendendosi della loro abilità nell’evitare, all’ultimo istante, pericolose collisioni. Avevano ammirato straordinari dipinti, scorci di fiabesca bellezza e la poesia dei panni stesi ad asciugare tra i palazzi.
Avevano attraversato ponti, salito e sceso gradini. 
“Ma quanti ponti e quanti gradini ci sono, a Venezia?” si domandava Cheddonna, che nemmeno stavolta aveva voluto rinunciare al tacco 12. 
La sera, in albergo, massaggiandosi i piedi indolenziti,  era sicura  di aver capito come mai, a Venezia, le strade si chiamano calli.

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