Le succedeva da sempre, ogni volta che un’immagine o una parola entravano in collisione con una delle sue corde più profonde, provocandole un’emozione forte.

Bastava che  il telegiornale le gettasse in faccia una delle tante tragedie della guerra, o il racconto agghiacciante di un’ennesima violenza impunita e subito Cheddonna si sentiva addosso tutta l’angoscia e lo smarrimento delle vittime. Le capitava di immaginare i loro pensieri e di provare la loro rabbia, di vivere la loro impotenza, e  il loro lutto.

Spesso, ascoltando la radio in macchina, si stupiva di osservare sul proprio volto, riflesso nello specchietto retrovisore, due pieghe amare ai lati della bocca,  una ruga netta in mezzo alla fronte, o una lacrima sfuggita al controllo e rotolata via.
Le capitava anche, però, di sorridere osservando un bambino abbracciare il suo cane e di sentirsi completamente in pace vedendo stagliarsi, dietro il cavalcavia, montagne bianchissime contro un cielo turchino, o di emozionarsi ancora per un film che aveva già visto almeno tre volte.
Si sentiva come una tabula rasa, capace di assorbire i sentimenti e le passioni di tutto il mondo, senza difese e senza limiti, come sono i  bambini, e i vecchi che hanno  veramente vissuto, e sentiva che questa empatia, tutto questo suo fondersi con le vite degli altri, senza mai perdere di vista la propria, era un’immensa risorsa, una fonte inesauribile di energia e passione: il segreto per amarla sempre, la vita.

Un inedito, ritrovato per caso, che racconta la nascita del “Che” e che non ricordavo quasi più di aver scritto, nel 2009…


“Stanza 68: ci siamo!” disse Cheddonna, rivolgendosi al drappello di donne che la seguiva per i corridoi del reparto maternità. Ai lati della porta, due fiocchi azzurri annunciavano allegramente l’arrivo di due nuovi rappresentanti dell’altra metà del cielo.
“Allora è un maschietto!” esclamò NonnaNenna che, guardando la forma della pancia della Fulvia, si era già fatta una sua idea.
“Sì” confermò Cheddonna, la prima ad aver ricevuto la notizia.
“E come l’ha chiamato?” si informò Cheddolce, alla quale la mancanza di notizie procurava un certo disagio.
“Non l’ha ancora deciso…” bisbigliò Cheddonna, entrando per prima nella stanza, e rivolgendo un sorriso smagliante alla Fulvia, che stava seduta accanto alla finestra, con l’aria stanca e ancora un po’ sofferente di chi ha appena partorito.
“Quando è nato Bimbo-x ho avuto un travaglio di trentasei ore, poi mi hanno indotto il parto, e siccome non si decideva a nascere mi hanno dovuto fare il cesareo!” disse Laluisa, che cercava di essere solidale.
“Ah, no!” ribatté Cheddonna”io il cesareo l’ho preteso! Mi sono addormentata e, al risveglio, era tutto finito. Ma perché soffrire inutilmente, dico io?!”
“Una volta che il bambino è nato è tanta la gioia che si dimenticano subito i dolori del parto!” concluse saggiamente NonnNenna.
Su un lato della stanza, una parete di vetro divideva una piccola nursery dal resto del mondo, dentro, l’una accanto all’altra, c’erano due culle. Un cartellino posto sopra ognuna di esse forniva ai visitatori alcune notizie sul suo occupante, come la data di nascita e, naturalmente, il nome.
Una donna in camicia da notte a fiorellini stava amorevolmente posando nella culla di destra un paffuto neonato di nome Otto.
“Tedeschi?” chese sottovoce Laluisa alla Fulvia, indicando le due figure al di là del vetro.
“No…famiglia numerosa” rispose quest’ultima, suscitando un coro di esclamazioni da parte del suo uditorio.
“Cioè scusa? Tipo che questo dovrà dividere la wii e la playstation con altri sette fratelli? Ma non esiste! Per me già un fratello è troppo!” esclamò la Kikk@, la figlia di Cheddolce, guardando l’espressione stralunata di sua madre e riassumendo in una sola frase i molteplici sentimenti delle altre compagne di visita.
Il cartellino sull’altra culla recava scritta la sola data di nascita.
“Gli vorrai dare un nome a ‘sto porbalen, o no?” disse NonnaNenna, sgridando affettuosamente la Fulvia.
“Si chiama Ernesto” annunciò la Fulvia, “…come il “Che”…”
“Sempre meglio di Fidél, che faceva tanto discount!” commentò Cheddolce, guardando Cheddonna di sottecchi.
Quest’ultima, seduta accanto all’amica, si stava informando sulle sue condizioni di salute.
“Che faccia stanca, ma ti lascia dormire?
“Un pochino…” cominciò a dire la Fulvia, subito interrotta da un: “Ah, è finita la pacchia, tesoro! Scordati di dormire per i prossimi tre anni!” che Laluisa pronunciò annuendo con aria dolente.
“Ma dai! Kikk@ e Pittibimbo non mi hanno mai fatto perdere una sola notte” intervenne Cheddolce.“A Giannicaro piaceva tanto dar lorro la pappa notturna!” aggiunse.
Sulla stanza era sceso un silenzio imbarazzato. Mai come in quel momento l’assenza di Losplendido era apparsa evidente agli occhi di tutti.
NonnaNenna, con una prontezza di spirito direttamente proporzionale all’età, fu la prima a rompere il gelo. “ Ma lo sai che è bello, proprio come te? Sono sicura che sarà anche buono come il pane e che ti darà tanta gioia!”

La Fulvia le fece l’occhiolino. Da ieri la sua vita era cambiata per sempre, ma la cosa le piaceva moltissimo.

Certe volte, quando si guardava allo specchio, la mattina appena alzata, Cheddonna pensava che non fosse per niente facile.
Essere Cheddonna, voglio dire. La luce cruda del bagno sembrava fatta apposta per sottolineare ogni singola borsa, segno o ruga lasciata dalla notte appena trascorsa. Per non parlare dei capelli, appiattiti o sparati in qualche improbabile acconciatura a seconda della posizione assunta nel sonno.E il capello bianco che solo la sera prima non c’era? E il colorito spento dell’inverno?
Cheddonna pensava che ci volesse un gran coraggio per affrontare, appena svegli, la realtà.
Dopo l’imprescindibile caffè, che aveva il potere di infonderle l’energia necessaria per innescare in lei la modalità “Cheddonna”, aveva inizio la trasformazione.
Dopo un’ora di preparativi, di trattamenti anti-age e di trucco e parrucco, Cheddonna usciva dal bagno visibilmente trasformata, ma non ancora soddisfatta.
Solo dopo essere stata da Fr@nko, il suo parrucchiere-guru, e al centro estetico per una lampada al viso “giusto per dare quel po’ di colore che in inverno ci vuole”, poteva rilassarsi un po’, ma solo per il tempo di un altro caffè, magari in compagnia di qualche amica del M.A.M.A e poi, via di nuovo, nella pazza gimkana degli impegni d’ogni giorno.
Le riunioni del M.A.M.A da organizzare, appunto, ma anche quelle della Onlus “Aiuta, ché il Ciel ti aiuta”, perché il volontariato è importante, come l’impegno sociale e politico, e dunque un flash mob di tanto in tanto, la partecipazione a qualche manifestazione, una bandiera arcobaleno da tenere appesa al chiodo, ma sempre a portata di mano…
E lo shopping, perché rimanere “sul pezzo”, in fatto di moda, è quasi un lavoro.
E poi la palestra, i massaggi, le passeggiate all’aria aperta chiacchierando nella lingua di Shakespeare con le “walkie-talkie mamas”, perché stare in mezzo alla natura rispolverando il proprio inglese è davvero cool”, e il corso di cucina, perché “non è mai troppo tardi”, come diceva NonnaNenna.
E  NonnaNenna, appunto, che sarebbe dovuta rimanere con lei per qualche settimana, dopo un infortunio, e viveva con lei da quasi sei anni. E Miomarito, col suo perenne disordine e il suo humour britannico, e IlPrincipe, coi suoi mille impegni,  e le sue centomila richieste.
“Eh, sì” pensava Cheddonna, mentre si struccava, la sera. “non è facile essere Cheddonna. Bisogna proprio esserci nate”.

“Ti piace la mia nuova Vuitton collezione Fall/Winter ?” le aveva chiesto la Fulvia, mostrandole una borsa Neverfull Mm, fatta con la  caratteristica tela monogrammata, con pochette annessa. “E’ così capiente, praticissima per una mamma che ha sempre mille cose da portare con sé!” aveva aggiunto, facendo un mezzo giro su se stessa.
“Bella, ma…l’hai  presa in saldo, cara?” aveva commentato Cheddonna, alzando un sopracciglio.
La borsa le piaceva molto, in effetti, ma ci sono cose che si devono acquistare solo a prezzo pieno, e una Vuitton era certamente una di queste.
“Meglio!” aveva detto la Fulvia, scoppiando a ridere “Me l’ha venduta un senegalese alla stazione. L’ho pagata 40 euro! Non sembra assolutamente originale? Dovresti proprio prenderne una anche tu!”
Effettivamente, per quanto la guardasse e la riguardasse, alla ricerca del particolare che potesse smascherarla come paccottiglia tarocca, la borsa le sembrava del tutto identica all’originale, fin nelle cuciture più nascoste.
Cheddonna non riusciva a capacitarsene.Il falsario doveva essere un professionista: nessuno si sarebbe potuto accorgere della differenza.
Ma non l’avrebbe comprata, non tanto per una questione etica o per paura di sanzioni. Con quel falso d’autore avrebbe potuto ingannare chiunque, ma non certo se stessa.

Dopo un vernissage di pittura iper-realista,  Cheddonna e Miomarito sedevano al tavolo del piccolo ma chicchissimo ristorante che l’amico gallerista aveva scelto per l’occasione. Intorno agli invitati svolazzavano camerieri in livrea che tenevano magicamente in equilibrio vassoi d’argento e piatti di  porcellana biscuit, brocche di cristallo e bottiglie di vino d’annata. Probabilmente grazie a quest’ultimo i vicini di tavolo, che non si conoscevano tra loro, avevano potuto facilmente rompere il ghiaccio.
Miomarito e l’uomo che gli sedeva di fronte, un dentista di mezza età, discutevano della mostra che avevano appena visitato, cercando di non lasciar trasparire l’ assoluto disinteresse di entrambi per i quadri e per il rispettivo interlocutore.
Ben presto, grazie all’intervento di Cheddonna e della moglie del dentista, la conversazione si era spostata, senza mai toccare la politica, argomento tabù per antonomasia, dapprima sul tempo, poi sulle vacanze, infine sui figli.
“Martina, nostra figlia” aveva esordito la moglie del dentista “fa il terzo anno di liceo linguistico, e tutte le estati va per tre mesi in Inghilterra, in un college esclusivo.”
“Interessante, deve piacerle molto” aveva commentato Cheddonna, che ripensava ancora con angoscia ai quindici giorni passati da IlPrincipe in Inghilterra, l’estate prima.
“Per niente” aveva risposto il dentista “Ma è ESSENZIALE per il suo futuro, così la obbligo ad andare.
Per questo, quando Martina mi chiede qualcosa, non le dico mai di no. L’altro giorno voleva un paio di jeans di Dolce&Banana che costavano 700 euro…”
“/00 euro?” aveva esclamato Miomarito, allergico allo shopping e del tutto all’oscuro dei prezzi dell’abbigliamento giovanile.
“Sì!” aveva risposto il dentista. “Ma la cosa che mi ha fatto veramente arrabbiare è scoprire che sono fatti in Cina e Dolce&Banana li paga solo 4 $! Solo che lei li voleva proprio, allora cosa dovevo fare? glieli ho presi…”
“Bel pirla!”aveva detto Miomarito a Cheddonna, durante il viaggio di ritorno, commentando la scelta del dentista.
Cheddonna l’aveva guardato, rassegnata. Miomarito era davvero irrecuperabile. “Possibile che non capisca che 4$ è il costo dei jeans PRIMA di avere l’etichetta di Dolce&Banana, quando sono solo dei jeans uguali a milioni di altri? DOPO 700€ li valgono tutti!”

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