Dopo un mese di vane promesse (per lui) e cocenti disillusioni (per lei), Olaf si era finalmente presentato a casa di Cheddonna, armato di pennello e vernice, per colorare di rosso pompeiano l’orribile zoccolino marrone che aveva erroneamente posato sulla parete della sala.
La Fulvia, avvertita da Miomarito, era prontamente accorsa a prelevare Cheddonna da quella che, si presagiva nell’aria, sarebbe potuta presto diventare la scena di un delitto: quello di Olaf, appunto.
Quest’ultimo, con l’immancabile sigaretta a penzoloni all’angolo della bocca, sembrava non essersi nemmeno accorto dell’ira funesta della padrona di casa, e si era avviato lemme lemme verso la parete, seminando cenere e impronte lungo il corridoio su cui era  appena stata passata la cera.
Cheddonna era sull’orlo di una crisi di nervi; la Fulvia l’aveva presa dolcemente a braccetto.
“Vieni cara, un po’ d’aria ti farà bene!”
“Lo uccido!” aveva esclamato Cheddonna con voce strozzata e occhi iniettati di sangue, prima che la porta venisse richiusa alle sue spalle da una preoccupatissima NonnaNenna.
La sera, rincasando, Cheddonna aveva trovato la vecchina intenta a passare lo straccio sul pavimento del corridoio. Di Olaf, nessuna traccia, a parte l’odore pestilenziale delle sue sigarette, che aleggiava dappertutto, per la casa.
“Aspetta, non andare in sala!” aveva provato a gridarle NonnaNenna, cercando di impedirle l’accesso.”Là non sono ancora passata …”ma la voce di NonnaNenna era stata coperta dall’urlo di raccapriccio di Cheddonna.
Ora lo zoccolino era effettivamente dipinto di rosso, come la parete di fondo, ma anche il  prezioso parquet a lisca di pesce della sala era costellato di macchie di un bel rosso pompeiano, in pendant.
Digitando compulsivamente la tastiera del suo smartphone, Cheddonna aveva inviato a Olaf un messaggio”Si può sapere cosa diavolo ci fa dello smalto rosso sul MIO pavimento?”
“E’ tempera, signo'”aveva risposto lui, dopo minuti che le erano sembrati infiniti.
“Il concetto non cambia”avrebbe voluto scrivere Cheddonna, ma poi ci aveva rinunciato, tanto Olaf  non sarebbe cambiato lo stesso.

Con l’arrivo della primavera, Cheddonna aveva deciso che era arrivato il momento di dare un tocco di colore alla sua casa, imbiancando le pareti. Così, dopo essersi consultata con Archidelia, l’amico architetto, aveva chiamato Olaf, il muratore-imbianchino-tuttofare che le aveva ristrutturato il bagno due anni prima, impiegandoci tre settimane, dopo che le aveva assicurato che avrebbe portato a termine il lavoro in “massimoduegiornilavorativi” e causandole, così, un principio di esaurimento nervoso.
Del resto, alla fine, il bagno era venuto proprio bene, pensava Cheddonna, cercando di convincersi che, questa volta, non ci sarebbero stati intoppi, anche se il solo pensiero di incontrare di nuovo quell’omino indisponente e  misogino, dalla perenne sigaretta accesa, la metteva di cattivo umore. Aveva cercato, perciò, per quanto possibile, di evitare di incontrare Olaf di persona, delegando agli altri membri della famiglia la direzione  dei lavori, ed era uscita a fare shopping con la Fulvia.
Al rientro, quella sera, Cheddonna aveva constatato che la sala da pranzo era stata completamente imbiancata. La parete di fondo, come le aveva suggerito Archidelia, era di un bel rosso pompeiano, molto scenografico, a dire il vero, non fosse stato per l’orribile zoccolino di legno marrone, che spiccava sulla vernice brillante come un pugno nell’occhio.
“Non me n’ero accorto…” si era giustificato Miomarito, che era rientrato a casa solo nel breve tempo della  pausa pranzo.
“Boh?” aveva commentato IlPrincipe, uscendo dalla sua stanza per la prima volta in tutto  il pomeriggio.
“Marroneee?” aveva chiesto NonnaNenna, inforcando gli occhiali che era finalmente riuscita a trovare, dopo averli cercati per tutto il giorno.
Cheddonna, dopo aver inspirato profondamente, aveva chiamato Olaf, chiedendogli di colorare di rosso anche lo zoccolino.
“Certo, signò!” aveva risposto lui, serafico. “Massimoduegiornilavorativi e finiamo tutto. Ci vediamo lunedì.”
“Ma oggi è solo martedì…”aveva mormorato lei, guardando sgomenta i mobili ricoperti di cellophane e i cartoni sparsi dappertutto, sul pavimento. Sentiva, come un oscuro presentimento, che il peggio doveva ancora arrivare.

Il convegno del M.AM.A (movimento anonimo mamme apprensive) previsto per quella mattina era intitolato “Rompere il display del cellulare porta sfortuna?: la superstizione ai tempi di Internet“.

Cheddonna  aveva preparato accuratamente la scaletta del suo intervento, che avrebbe dato il via al dibattito su vecchie e nuove superstizioni. 
Dopo aver sfatato alcune delle più comuni forme di scaramanzia, come quella di non passare sotto a una scala, non posare un cappello sul letto e non uccidere un ragno di mattina, avrebbe spezzato una lancia a favore dei gatti neri che, per colpa di un’assurda credenza, pativano da sempre un ostracismo del tutto ingiustificato.
“E’ assurdo che, ai giorni nostri, ci siano ancora persone che si lasciano condizionare da credenze così antiquate!”, pensava Cheddonna, mentre si preparava a uscire. 
Poco prima di varcare la soglia di casa, però, lo specchio dell’anticamera, leggermente incrinato, le aveva rimandato l’immagine di un’enorme, vistosissima smagliatura nei collant appena indossati, e Cheddonna era dovuta correre a cambiarsi.
“Accidenti, com’è tardi!” pensava, cercando dappertutto le chiavi di casa, che improvvisamente sembravano essersi volatilizzate.Giunta finalmente in garage aveva dovuto faticare non poco per far ripartire la sua auto, che proprio non ne voleva sapere di mettersi in moto e, manco a dirlo, aveva trovato almeno cinque semafori rossi, lungo la strada.
Imbottigliata nel traffico che, pur essendo solo le nove di mattina, sembrava quello dell’ora di punta, aveva acceso la radio, alla ricerca di un programma di intrattenimento.
Una conduttrice dalla voce sensuale stava dando il buongiorno agli ascoltatori appena sintonizzati: “Ben svegliati, amici alla guida, oggi è venerdì diciassette e, se mi state ascoltando dalla vostra auto, significa che non siete superstiziosi!”. Cheddonna aveva inchiodato l’automobile con una brusca frenata.
“Come, venerdì 17? Sulla locandina c’era scritto 18…”aveva esclamato, tutta tremante, rispondendo alla voce dentro l’autoradio.Poi, con una perfetta inversione a U, aveva girato l’auto e si era diretta verso casa. “Tanto” pensava “oggi, al convegno, non ci andrà nessuno”

La vita, in una famiglia numerosa, è basata su una ferrea organizzazione. Lo sapevano bene Tuttisuoi? e Anchemiei, i vicini di casa di Cheddonna, nonché genitori di Donato, Diletta, Beniamino, Matteo, Teodoro, Dorotea e Adessobasta, quando avevano deciso di assegnare a ciascuno dei figli qualche piccola incombenza da svolgere in casa. Preparare la tavola e sparecchiarla, ad esempio, o riordinare la propria camera, rifare il proprio letto e portare fuori la spazzatura.Piccole cose che, messe insieme, contribuivano al buon andamento della casa, alleggerendo un poco il carico di responsabilità dei genitori e, al contempo rendendo i ragazzi più responsabili e ordinati. Responsabili lo erano forse diventati, ma ordinati…no.
Un giorno Tuttisuoi?, tornata dal lavoro, era entrata per caso nelle loro camere, uscendone un istante dopo, in preda a una crisi di panico.  In quelle  dei più grandi, ormai adolescenti, vigeva il caos più totale: montagne di calzini sparsi tra il letto e la cesta della biancheria sporca, come tanti sassolini di Pollicino disseminati forse per timore di non ritrovare la strada, libri e fogli in precario equilibrio su scrivanie ingombre di piatti e bicchieri, ricordo di merende passate, vestiti ammassati l’uno sull’altro su sedie che parevano grattacieli malfermi…
In quelle dei piccoli lo scenario si ripeteva invariato, non fosse che, al posto di libri e calzini, c’erano giocattoli, pastelli e fogli dappertutto.
Tuttisuoi?, dopo aver dato i numeri per cinque minuti buoni, aveva inspirato profondamente e li aveva chiamati a uno a uno con l’intero nome di battesimo (fatto normalmente riservato solo alle grandi occasioni) e li aveva spediti nelle loro stanze.
“Potrete uscirne solo quando sarà nuovamente possibile varcare la soglia delle vostre camere senza correre il rischio di ferirsi o di contrarre qualche pericolosa malattia” aveva aggiunto poi, in tono che non ammetteva repliche.
L’espressione pentita sui loro visi aveva risvegliato in lei un istinto di protezione, facendola sentire  in colpa per essere stata così dura. Sentiva un suono debole provenire dal corridoio sul quale si affacciavano le stanze. “Stanno piangendo!” pensava “Forse stavolta ho davvero esagerato…”
Senza farsi vedere si era avvicinata, in ascolto. Il suono, ora più forte, non sembrava  quello del pianto; era, piuttosto, una melodia, che si ripeteva a volume sempre più alto, di stanza in stanza, ripetuto da tante voci insieme, come in un coro.
Tuttisuoi? nascosta dietro lo stipite della porta, aveva sbirciato in una delle stanze.
Donato, Beniamino, Teodoro e Matteo stavano effettivamente cantando, seguiti dalle sorelle e dal piccolo Adessobasta, una work song dei neri d’America:”Jump down, turn around, pick a bale of cotton”, mentre si passavano i vestiti da riporre e i calzini da buttare nel cesto, quasi fossero piante di cotone in qualche piantagione del Sud.
Tuttisuoi? era scoppiata a ridere, sollevata, pensando che aveva sì dei figli disordinati, ma davvero troppo simpatici!

“Dove andiamo in vacanza, quest’anno?”si domandava Cheddonna, navigando su internet in una pigra domenica d’aprile.
La mente vagava tra mari cristallini, racchiusi come perle in una conchiglia di sabbia dorata, librandosi sopra ghiacciai perenni, dove osavano solo le aquile,  e qualche centinaio di turisti, scodellati, a getto continuo, da avveniristiche funivie;planava fino a sfiorare le Highlands della verde Scozia, e i fiordi della fredda Norvegia, per poi schizzare su su fino in cima al Burj Khalifa, in una notte fitta di stelle e di suggestioni millenarie, tenendosi stretta alle nappe di un tappeto volante.
Già, ma quei luoghi incantati erano lontanissimi  e lei, il tappeto volante, mica ce l’aveva davvero; prendere l’aereo, poi, da qualche tempo, non le sembrava più altrettanto sicuro. Almeno, il tappeto, sarebbe stata lei a guidarlo…
In fondo, lo stesso si sarebbe potuto dire delle navi, oggigiorno.”Non resta che l’auto”, pensava mestamente Cheddonna, ancora memore del lunghissimo viaggio di due anni prima, alla scoperta dei trulli. “Troppi chilometri…” aveva obiettato Miomarito, che aveva guidato per l’intero viaggio. “Troppo sbatti” aveva sentenziato IlPrincipe, col senso pratico tipico degli adolescenti.
“Ho capito. Pronto? Hotel Riviera? Sono Cheddonna. Sì, tutti bene, grazie, e voi? Vorrei prenotare due camere fronte mare…”

Mese per mese