“Eh, brutta cosa la vecchiaia!” si lamentava IlsignorMilani, tenendo faticosamente il passo dei suoi tre cani e parlando ad alta voce,  attraverso la cancellata del condominio, con il giardiniere.”Non riesco più a stargli dietro. Vogliono correre, loro!”
“Beh” si era intromessa NonnaNenna, che passava di lì insieme alla badante per la sua passeggiatina quotidiana “la veda in questo modo: una volta era lei a portare a spasso i cani, adesso sono loro a portare a passeggio lei!”e aveva aggiunto, rivolta al giardiniere: “Heyfurbo, c’è la canna aperta da mezz’ora in mezzo al prato, sta forse costruendo un laghetto per i pesci rossi?”
IlsignorMilani l’aveva guardata con tanto d’occhi; quella donnina minuscola e fragilissima, che da poco aveva spento novantacinque candeline, riusciva sempre a farlo rimanere senza parole.
Dove trovava tutta quell’energia? Lui, a settantasei anni, sentiva di non averne quasi più. Sentiva sulle spalle tutto il peso dell’età, e della disillusione.
I soliti acciacchi, qualche dispiacere, la solitudine a due, con sua moglie, cercata e pretesa in gioventù, e ora, forse, subita, gli avevano tolto la voglia di sorridere. Cosa c’era poi da sorridere, in un mondo dove i furbi e i violenti hanno sempre la meglio, dove le persone sono sempre pronte a pugnalarti alla schiena, dove siamo tutti sempre più poveri, in un modo o nell’altro?
“Gli esseri umani sono una gran fregatura” pensava, accarezzando lentamente la testa dei suoi cani.
“Gli esseri umani sono ben bizzarri” pensava NonnaNenna, parafrasando “Il piccolo principe”, senza saperlo.”Passano tutta la vita a caricarsi sulle spalle il peso del loro passato, dimenticandosi di vivere il presente, e hanno paura del futuro, che non era altro che presente solo un attimo prima. Pensano che il riso appartenga alla gioventù, e il pianto alla vecchiaia. Io, forse perché ho pianto troppo quando ero giovane, ho imparato a ridere da vecchia!”
E davvero, guardando quella figura esile e quasi trasparente, si sarebbe potuto dire che il segreto di NonnaNenna per invecchiare restando sempre giovane, stava tutto nella leggerezza che solo chi ha vissuto profondamente e a lungo riesce a conquistare.

Lo schermo del computer era nero, come la notte da poco trascorsa.
La luce incerta dell’alba, filtrando attraverso le tapparelle socchiuse, restituiva alla stanza i confini che il buio aveva inghiottito, annullandoli, e portando con sé  ogni traccia dello chef stellare.
Cheddonna si era stropicciata gli occhi: doveva essersi addormentata. Ma che giorno era?
“Oggi c’è la gara!” aveva esclamato, euforica.
Verso mezzogiorno, insieme a Miomarito, IlPrincipe e NonnaNenna, quest’ultima in qualità di presidente, nonché unico giurato del concorso, Cheddonna si era recata alla trattoria “da Pippo”, dove Erasmo Pisano, il proprietario, stava già aspettando i concorrenti.
Di lì a poco erano arrivate anche la Fulvia, con Unozio e il piccolo “Che”e Cheddolce, con Giannicaro e i ragazzi, entrambe reggendo un voluminoso involto.
Erasmo aveva lasciato che ogni concorrente preparasse il proprio piatto, utilizzando quelli della sua cucina, in assoluta solitudine, per aumentare la suspence.
Quando tutti avevano terminato di disporre il vitel tonné sui piatti, dietro a ognuno di essi  era stata posta una fotografia del rispettivo autore, girata in modo che non fosse visibile all’esaminatrice.
La tensione era alle stelle: Cheddonna e Cheddolce si lanciavano occhiate assassine, sotto lo sguardo divertito di Erasmo,  mentre la Fulvia sorrideva per il tifo spietato dei suoi uomini.
NonnaNenna, brandendo una forchetta, si era avvicinata al primo piatto e lo aveva assaggiato, concentratissima. Tutti gli occhi erano puntati su di lei, e il silenzio si tagliava col coltello, proprio come il vitel tonnè in questione.
“Mmm… buono, neh, però è tagliato un po’ grosso, e ci sono troppi capperi.” aveva sentenziato, compilando la scheda di valutazione che Erasmo aveva appositamente preparato. La Fulvia era avvampata, autoaccusandosi suo malgrado.
Poi Nonnanenna era passata al secondo, che aveva assaggiato senza proferir parola, passando subito al terzo.
“Questo qui è tagliato sottile, sì, ma la maionese non è fatta in casa. Non si sentono le uova fresche!”aveva  commentato,  rammaricata. Erasmo, senza farsi vedere, era corso a nascondere il grosso barattolo di maionese industriale che aveva dimenticato sul bancone, avvampando, se possibile, ancor più della Fulvia.
Restava il quarto e ultimo assaggio.
NonnaNenna, pensierosa, aveva sostato a lungo davanti a quel piatto, tornando ad assaggiare il secondo, poi aveva compilato attentamente le schede di valutazione.
Cheddonna e Cheddolce si guardavano in tralice, ormai quasi certe che una delle due sarebbe stata la vincitrice.
“Al quarto posto: Erasmo”aveva annunciato Miomarito, incaricato di leggere gli esiti della votazione.
“Al terzo: la Fulvia e…al primo posto, ex aequo, Cheddonna e Cheddolce! Bravissime!  e complimenti a tutti i partecipanti!”aveva pronunciato infine, visibilmente sollevato dal risultato, che avrebbe allontanato, per questa volta almeno, la probabilità di un sororicidio.
“Ehm…brava”aveva detto Cheddonna, storcendo un po’ il naso.
“Bravissima anche tu, tesoro!” aveva cinguettato Cheddolce, stirando le labbra in un sorriso non condiviso dagli occhi.
“Brave, brave tutte e due, davvero!” aveva aggiunto la Fulvia, che aveva assaggiato entrambi i piatti, trovandoli eccellenti.
Erasmo se ne stava in disparte,  e riordinava la cucina rimuginando sull’errore che gli era costato la vittoria. A un tratto, sollevando il coperchio del bidone della spazzatura, aveva visto spuntare, nascosto tra i rifiuti, un foglio di carta oleata con un sole, i cui raggi sembravano ruotare su se stessi, e l’inconfondibile logo di Pick stampato sopra.
“A-ah! Lo sapevo, io!” aveva esclamato, trionfante, sventolando il foglio della blasonatissima rosticceria milanese sotto il naso di Cheddonna e Cheddolce.
Una delle due, era ormai chiaro, aveva giocato sporco. Ma chi? Impossibile scoprirlo guardando i volti delle due sorelle, che non tradivano la minima emozione; l’autrice del misfatto avrebbe certamente portato quel segreto con sé nella tomba.

“Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima?” si era domandata Cheddonna, mentre componeva il numero di telefono trovato su una vecchia agenda.
Sua zia Marta, la giunonica zia  che ai rinfreschi era sempre in prima fila e non mancava mai a nessun invito a cena, era stata  a lungo fidanzata, in gioventù, con uno chef di fama internazionale: Chechef.
Cheddonna ne conservava un vago ricordo: sempre in giro per il mondo com’era, diviso tra Parigi, Vienna, Ginevra e Casa del diavolo (Pg), dove risiedeva, poteva dire di averlo incontrato solo poche volte, da bambina. Poi, quando lui e la zia Marta si erano lasciati, forse proprio per via del lavoro che lo portava sempre più lontano, la zia Marta aveva cominciato ad affogare il dispiacere nel cibo, e Cheddonna non l’aveva più rivisto. Ma ora aveva bisogno del suo aiuto per vincere la sfida, così aveva deciso di chiamarlo.
“Pronto, Chechef? Sono Cheddonna, la nipote della zia Marta…avrei bisogno di chiederle un consiglio…”
Dopo un silenzio carico di commozione e ricordi che risalivano alla coscienza come gnocchi di patate in bollore, Chechef l’aveva rassicurata, dicendole che, se avesse seguito passo passo le sue indicazioni, sarebbe stato un trionfo.
Il giorno della sfida Cheddonna era prontissima; il computer, sintonizzato su skype, rimandava l’immagine ieratica e maestosa dello chef stellare, sfavillante nel suo grembiule immacolato. Per l’occasione Cheddonna si era fatta fare da Fr@nko una nuova acconciatura e un trattamento visage intensivo, perchè -Benedetta Parodi insegna- anche in cucina bisogna essere perfette. “Pronta? Via!”aveva detto lui, cominciando a sciorinare, in rapida successione, ingredienti e dosi, lanciandoli,  come i componenti di Jeeg robot, d’acciaio a una Cheddonna sempre più sgomenta, attraverso i pixel dello schermo.

“Girello di vitello stellareeee! Cottura a medio bollore in brodo di manzo intergalatticooooo!  Frusta elettrica potenziata al litiooooo! Capperi di pantelleria finemente tritati con tonno della costellazione dei pesciiii!”
Cheddonna, affannata, mescolava, tritava, affettava  e assaggiava, cercando di non perdere un solo passaggio della  video-conferenza. A un certo punto, stremata, aveva appoggiato sul bancone la forchetta con la quale aveva appena finito di impiattare il risultato delle sue fatiche.
“Brava Cheddonna!” aveva approvato Chechef, con un sorriso stellare. “Buona fortuna per la sfida di stasera” (…continua)

 Erasmo Pisano, l’amico di Miomarito proprietario della trattoria “da Pippo”, aveva lanciato la sfida: una cena tra amici nella quale il piatto forte sarebbe stato il vitel tonné, preparato secondo le  diverse ricette. Ovviamente la Fulvia, cuoca provetta, aveva accettato immediatamente.
 “Chiunque può partecipare” aveva detto Erasmo guardando Cheddonna da sotto in su e scambiando con Miomarito un’occhiata complice. “I piatti saranno presentati su supporti identici e Nonnanenna sceglierà il vincitore, o la vincitrice, a suo insindacabile giudizio”. Quest’ultima, che a quasi novantacinque anni d’età poteva vantare uno stomaco di ferro, pregustava già il momento della valutazione dei piatti.
Cheddonna era combattuta:  mai, in vita sua, aveva preparato il vitel tonné e, a dirla tutta, non avrebbe saputo nemmeno da che parte cominciare, ma quando aveva constatato che anche sua sorella Cheddolce si era iscritta alla gara, lo spirito di competizione aveva avuto il sopravvento,  e così aveva deciso di partecipare anche lei.
Miomarito aveva alzato gli occhi al cielo, mentre IlPrincipe, quando l’aveva saputo, era scoppiato a ridere senza ritegno. “Cosa?” avevano detto in coro la Fulvia e Cheddolce, guardando Cheddonna con gli occhi sgranati.
“Proprio così! Parteciperò anch’io, con una ricetta super segreta e…vincerò”aveva sibilato, punta sul vivo.In fondo,  aveva o no pubblicato un libro di ricette “di sussistenza”? E il suo blog di “cucina di sopravvivenza” non aveva forse centinaia di followers? Per chi l’avevano presa, tutti quanti?
Queste e altre considerazioni andava ripetendosi Cheddonna, quella notte, cercando inutilmente di prendere sonno. Sbollita l’indignazione, e calato il picco di adrenalina che le avevano fatto accettare a cuor leggero quella difficilissima sfida, non era più così sicura di quale sarebbe stato l’esito…
(continua)

Da quando Cheddonna lo conosceva, non si può dire che fossero state molte le volte in cui aveva visto Miomarito prendere in mano un martello, o un trapano, e nemmeno un cacciavite.
Uomo decisamente votato al lavoro,  intellettuale, beninteso, per il quale si spendeva senza riserve, diventava decisamente latitante quando si trattava di dover espletare qualche incombenza che prevedesse un impegno fisico di qualsivoglia natura.
Non per pigrizia, certo, ma per la profonda convinzione, da parte sua, che nella vita esistano cose molto più importanti di un quadro da appendere, o di una lampadina da sostituire. Per questo, quando, appunto, si bruciava una lampadina, potevano passare anche sei mesi senza che lui trovasse una buona ragione per cambiarla. Solitamente, però, finiva col pensarci Cheddonna, che in quei momenti si sentiva molto solidale con don Chisciotte e i suoi mulini a vento.
Nulla da fare: era un atteggiamento filosofico, il suo, un modus vivendi radicato e irrinunciabile. Nell’epoca del trionfo dell’ “uomo del fare”, il cui archetipo era assai ben incarnato dai  cugini muratori di uno dei programmi preferiti di Cheddonna, capaci di ristrutturare una cucina in tre ore, o di demolire qualsiasi cosa  a colpi di mazza, mostrando muscoli mozzafiato e sorrisi smaglianti, Miomarito amava  definirsi “uomo dell’essere”, giustificando così in un colpo solo la sua scarsa propensione alla fatica e un paio di chiletti in più.
Eppure ora che Olaf aveva per due volte sbagliato a dipingere lo zoccolino della sala, spingendo Cheddonna sull’orlo di una crisi di nervi, o di un efferato omicidio, aveva deciso che avrebbe risolto lui la situazione.
Un sabato pomeriggio, invece di leggere il solito quotidiano, si era infilato una vecchia tuta di quando faceva il servizio militare, aveva brandito una levigatrice avuta in prestito dall’amico Erasmo e armato di pennelli, vernice,  chiodi e martello, si era messo all’opera, declinando nobilmente, ma recisamente, ogni offerta di aiuto da parte di Cheddonna.
“Non c’è bisogno, cara, faccio tutto da solo; continua pure a fare quello che stavi facendo: qui è tutto sotto controllo!” l’aveva affettuosamente apostrofata.
Cheddonna era tornata in cucina, a preparare un caffè. Aveva come il presentimento che quel pomeriggio sarebbe stato lungo. Dopo pochi istanti la voce di Miomarito l’aveva fatta accorrere in sala: ” Serve il riduttore! Me lo prenderesti?”
Cheddonna l’aveva cercato per un bel po’, poi glielo aveva portato.
“Grazie, cara! Ah, mi servirebbero dei giornali vecchi, non vorrei sporcare il parquet…IlPrincipeeeeee, corri a comprare dei chiodi alla ferramenta, questi non bastano! E, NonnaNenna, per piacere, mi porteresti un po’ d’acqua per diluire la vernice? Ma insomma, dove si è cacciato IlPrincipe? Qui devo fare sempre tutto io!” aveva sbraitato, senza smettere di parlare un istante.
In compenso i lavori erano decisamente fermi e il caffè, di là in cucina,  era traboccato, inondando la casa di un odore acre di bruciato. Cheddonna guardava Miomarito, che dopo aver mobilitato l’intera famiglia, aver disseminato chiodi, cartacce e trucioli di legno dappertutto, occupando la sala fino a sera inoltrata, contemplava l’esito del suo lavoro, complimentandosi con se stesso per aver fatto tutto da solo. “Ecco fatto. C’è gente che per un lavoretto del genere avrebbe chiamato un operaio!”
 “Proprio come lo zio Podger di “tre uomini in barca”! “aveva esclamato Cheddonna, scoppiando in una sonora risata. Decisamente, pensava Cheddonna, come personaggio letterario Miomarito avrebbe avuto un futuro.

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