Miomarito, lo zio Podger e il bricolage.


Da quando Cheddonna lo conosceva, non si può dire che fossero state molte le volte in cui aveva visto Miomarito prendere in mano un martello, o un trapano, e nemmeno un cacciavite.
Uomo decisamente votato al lavoro,  intellettuale, beninteso, per il quale si spendeva senza riserve, diventava decisamente latitante quando si trattava di dover espletare qualche incombenza che prevedesse un impegno fisico di qualsivoglia natura.
Non per pigrizia, certo, ma per la profonda convinzione, da parte sua, che nella vita esistano cose molto più importanti di un quadro da appendere, o di una lampadina da sostituire. Per questo, quando, appunto, si bruciava una lampadina, potevano passare anche sei mesi senza che lui trovasse una buona ragione per cambiarla. Solitamente, però, finiva col pensarci Cheddonna, che in quei momenti si sentiva molto solidale con don Chisciotte e i suoi mulini a vento.
Nulla da fare: era un atteggiamento filosofico, il suo, un modus vivendi radicato e irrinunciabile. Nell’epoca del trionfo dell’ “uomo del fare”, il cui archetipo era assai ben incarnato dai  cugini muratori di uno dei programmi preferiti di Cheddonna, capaci di ristrutturare una cucina in tre ore, o di demolire qualsiasi cosa  a colpi di mazza, mostrando muscoli mozzafiato e sorrisi smaglianti, Miomarito amava  definirsi “uomo dell’essere”, giustificando così in un colpo solo la sua scarsa propensione alla fatica e un paio di chiletti in più.
Eppure ora che Olaf aveva per due volte sbagliato a dipingere lo zoccolino della sala, spingendo Cheddonna sull’orlo di una crisi di nervi, o di un efferato omicidio, aveva deciso che avrebbe risolto lui la situazione.
Un sabato pomeriggio, invece di leggere il solito quotidiano, si era infilato una vecchia tuta di quando faceva il servizio militare, aveva brandito una levigatrice avuta in prestito dall’amico Erasmo e armato di pennelli, vernice,  chiodi e martello, si era messo all’opera, declinando nobilmente, ma recisamente, ogni offerta di aiuto da parte di Cheddonna.
“Non c’è bisogno, cara, faccio tutto da solo; continua pure a fare quello che stavi facendo: qui è tutto sotto controllo!” l’aveva affettuosamente apostrofata.
Cheddonna era tornata in cucina, a preparare un caffè. Aveva come il presentimento che quel pomeriggio sarebbe stato lungo. Dopo pochi istanti la voce di Miomarito l’aveva fatta accorrere in sala: ” Serve il riduttore! Me lo prenderesti?”
Cheddonna l’aveva cercato per un bel po’, poi glielo aveva portato.
“Grazie, cara! Ah, mi servirebbero dei giornali vecchi, non vorrei sporcare il parquet…IlPrincipeeeeee, corri a comprare dei chiodi alla ferramenta, questi non bastano! E, NonnaNenna, per piacere, mi porteresti un po’ d’acqua per diluire la vernice? Ma insomma, dove si è cacciato IlPrincipe? Qui devo fare sempre tutto io!” aveva sbraitato, senza smettere di parlare un istante.
In compenso i lavori erano decisamente fermi e il caffè, di là in cucina,  era traboccato, inondando la casa di un odore acre di bruciato. Cheddonna guardava Miomarito, che dopo aver mobilitato l’intera famiglia, aver disseminato chiodi, cartacce e trucioli di legno dappertutto, occupando la sala fino a sera inoltrata, contemplava l’esito del suo lavoro, complimentandosi con se stesso per aver fatto tutto da solo. “Ecco fatto. C’è gente che per un lavoretto del genere avrebbe chiamato un operaio!”
 “Proprio come lo zio Podger di “tre uomini in barca”! “aveva esclamato Cheddonna, scoppiando in una sonora risata. Decisamente, pensava Cheddonna, come personaggio letterario Miomarito avrebbe avuto un futuro.

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