Uniformità


kefiahA Cheddonna non erano mai piaciute le divise. Non amava le uniformi militari, benché riconoscesse che talune, come quelle della marina, fossero piuttosto eleganti, ma nemmeno quel genere di abbigliamento codificato che rende immediatamente riconoscibili gli appartenenti a uno stesso movimento di pensiero o gruppo socio-culturale che dir si voglia.

Quando la Fulvia la trascinava con sé a una delle sue manifestazioni  pacifiste, Cheddonna  portava sì la kefiah come la quasi totalità dei partecipanti, ma solo perché quei disegni, neri o rossi su fondo bianco secondo l’out-fit indossato per l’occasione, e quelle nappe in tinta, le avevano sempre messo allegria.Non capiva perché, poi, la scelta di abbinarla con un paio di decolleté di Prada o una borsa di Gucci fosse guardata con sospetto e finanche disapprovazione dagli altri manifestanti.Personalmente era convinta che solo la contaminazione di stili portasse a una  libera circolazione delle idee, altrimenti costrette entro i limiti dell’appartenenza ad un unico modello di pensiero.

“L’abito non fa il monaco”diceva sempre  NonnaNenna, che era giunta da molto tempo  alle stesse conclusioni della nipote.

E lo stesso valeva per il linguaggio. Cheddonna aveva sempre provato un’istintiva diffidenza e una vera e propria allergia  nei confronti di ogni tipo di slogan o di frasario stereotipato.

E aveva sempre il sospetto che, dietro a ogni frase fatta, a ogni parola imparata a memoria, si celasse soltanto un vuoto di pensiero.

“Io non parlo così, io non penso così!” ripeteva spesso, citando Nanni Moretti.

La sua, lo sapeva, era allergia all’uniformità.

 

 

 

 

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