C.I. (crisi d’identità)


c.i.“E questa cos’é?” aveva chiesto Cheddonna a Miomarito, sventolandogli sotto il naso la sua carta d’identità, letteralmente spaccata in due e tenuta insieme soltanto dalla custodia in plastica trasparente.

“Ehm…tenendola in tasca si dev’essere consumata, ma tanto non si vede.”aveva provato a scantonare lui.

“Eh, no! e se poi in aeroporto ti dovessero fermare pensando che sia un documento falso? No no, devi assolutamente andare a rifarla!”si era impuntata Cheddonna.

Così Miomarito, sbuffando come un mantice, era uscito di corsa, una mattina presto, per recarsi all’ufficio anagrafe, dove sapeva già che avrebbe trascorso buona parte della mattinata in coda davanti all’unico sportello aperto. Armatosi di santa pazienza, Miomarito si era messo in fila e aveva atteso con stoica rassegnazione il proprio turno. Giunto, infine, davanti all’impiegato si era sentito rispondere che le fotografie del vecchio documento non potevano essere in alcun modo riutilizzate per il nuovo, e che avrebbe dovuto accomodarsi alla macchinetta per le foto-tessera all’ingresso.

Miomarito, ormai allo stremo delle forze, dopo due ore di attesa, aveva stancamente raggiunto l’apparecchio e, introdotti cinque euro nell’apposita fessura, aveva atteso che la fotocamera immortalasse la sua immagine. “Però, quelle borse sotto gli occhi..” pensava Miomarito, eliminando il primo scatto. “Eh, che espressione seria!”cancellando il secondo. Il terzo aveva dovuto tenerlo per forza, perché la macchinetta, fiscale come un pubblico ufficiale, non aveva voluto sentire ragioni, e aveva scodellato le fotografie in meno di trenta secondi.

“Ma questo sono io?” si era detto, guardando con aria critica il volto che lo fissava dalla carta lucida. Pallido, un po’ gonfio, e con le borse sotto gli occhi .Giunto allo sportello, l’impiegato aveva incollato le foto sul documento nuovo di zecca, e gliel’aveva consegnato. Sotto la voce “colore dei capelli” c’era  scritto “brizzolati”, aveva scoperto poi, una volta uscito.

“Come, brizzolati? Sale e pepe, piuttosto!” si era risentito lui.Poi, sconsolato, aveva esclamato: “Ma io non sono così!”, e dopo essersi esaminato da tutti i lati nello specchietto retrovisore, si era sentito un po’ meglio. Decisamente l’immagine che gli rimandava non c’entrava nulla con quella della fotografia. “Certo, nella foto di prima ero più giovane, e senza nemmeno un capello bianco” pensava, tirando fuori la vecchia foto che il solerte impiegato gli aveva restituito. Sulla carta patinata lo stesso volto pallido, gonfio, e con le borse sotto gli occhi, seppur di cinque anni più giovane e con i capelli tutti dello stesso colore, lo fissava, un po’ a disagio.

“Ma questo sono io?” si era chiesto, di nuovo.Poi era scoppiato a ridere da solo. No,  non era lui, per fortuna, era la macchinetta che lo vedeva così.

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