frecceDa quando erano atterrati sull’isola del Gattopardo, Cheddonna, Miomarito e IlPrincipe avevano imparato molte cose: che esistono marche di benzina autoctone, ad esempio, o che i pedaggi autostradali possono variare, sulla medesima tratta, di dieci o perfino venti centesimi nell’arco di una giornata, quasi fossero titoli azionari.

Guidando nel traffico delirante di paesini con più automobili che abitanti, Miomarito aveva appreso che un semaforo è solo un apostrofo rosso  tra le parole “Tocc’amme”, ma, soprattutto, che è impossibile rifare lo stesso percorso due volte di seguito.

Sì, perché in Sicilia ci sono i santi; ogni paese, ogni frazione e perfino ogni quartiere ha il proprio.

Così, tornando dal mare, il primo giorno, Cheddonna e Miomarito avevano trovato la strada principale sbarrata dalle transenne.

“E’per il Santo”, aveva spiegato, con deferenza, un ausiliare del traffico, poi, con la gentilezza tipica degli abitanti dell’isola, si era profuso in spiegazioni che, non senza qualche peripezia, avevano permesso alla famigliola di fare finalmente ritorno a casa.

Il giorno dopo la stessa storia.

“Ma come, non è stata ieri la festa del santo?”aveva domandato Cheddonna alla vigilessa che presidiava uno sbarramento, che la sera prima non c’era.

“Sì, ma oggi è la festa della Santa del paese vicino!” aveva spiegato la vigilessa, allargando le braccia a sottolineare l’ovvietà di quanto stava dicendo.

“Mi perdoni” l’aveva interrotta Miomarito, molto provato, a quel punto.”Come faccio ad arrivare a casa? Il navigatore mi indica solo questa direzione…”

“Capisco”, aveva risposto la vigilessa. “venite dietro a me, vi faccio strada!” e, con un largo sorriso, era salita in macchina e li aveva guidati fino a casa.

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libroA Cheddonna leggere era sempre piaciuto. Fin da bambina, amava trascorrere il tempo calandosi in quei piccoli universi di carta e inchiostro capaci di trasportarla nel tempo e nello spazio, come su un tappeto volante.

Miomarito, a sua volta appassionato di libri, era solito regalarle spesso quelli che nel loro lessico famigliare erano “i fiori d’inchiostro”, al posto di quelli veri, perché non appassivano mai.

Quando IlPrincipe era piccolissimo, Cheddonna aveva cominciato a leggergli fiabe e libri illustrati, che egli ascoltava con la bocca aperta e lo sguardo attento. “Si impara da piccoli l’amore per la lettura” sosteneva quando sua sorella Cheddolce le faceva notare che, a sei mesi, i libri preferiti di un bambino sono per lo più quelli gommosi, che danno sollievo alle gengive.

Ma lei, imperterrita, aveva continuato a leggergli la fiaba della buona notte anche dopo che IlPrincipe aveva imparato a leggere. Era una sorta di piccolo, tenero rito tra loro due. Poi lui aveva continuato da solo, divorando la serie delle avventure del cane Scooby-doo, e della sua strampalata banda di amici.Fino a quando, piano piano, aveva smesso quasi completamente di leggere. Cheddonna non aveva mai capito perché.

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casa del nespolo“Oggi, invece di andare al mare, andremo a visitare Acireale, Aci Castello e Aci Trezza…”aveva esordito Cheddonna, la mattina a colazione.

“Lo sapevi, cara, che oltre a  quelle che hai citato vi sono altre quattro “Aci”? Aci Bonaccorsi, Aci san Filippo, Aci Sant’Antonio e Aci Catena.

Il mito racconta che la ninfa Galatea fosse innamorata del giovane Aci e che il  ciclope Polifemo, geloso, un giorno avesse cercato di attirare Galatea con le note del suo flauto, ma non essendoci riuscito, infuriato, avesse scagliato  un enorme masso contro i due amanti, uccidendo Aci. Lei, poi, secondo Ovidio, trasformò il sangue dell’amato nelle acque di un fiume: l’Aci, da cui prendono nome questi paesini”.

“Polifemo? quello stordito che, dopo che Ulisse l’aveva accecato, gridò ai suoi fratelli che era stato Nessuno? Un imbranato totale…” aveva commentato IlPrincipe, addentando la sua brioche con gelato.

“Sì, la leggenda dice che i faraglioni di Aci Trezza altro non siano che i macigni lanciati dal ciclope  a Ulisse in fuga…” aveva chiosato Miomarito.

“E proprio ad Aci Trezza sono ambientati ‘I Malavoglia’.Oggi andremo a visitare anche la casa del nespolo, che ospita un piccolo museo dedicato all’opera  di Giovanni Verga!”aveva aggiunto Cheddonna, raggiante. 

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ricicloAppena sbarcata dall’aereo, a Catania, Cheddonna era stata investita dal caldo africano che ormai da parecchie settimane aveva fatto innalzare la colonnina di mercurio a temperature vicine ai quaranta gradi. Al nord, invece, l’estate sembrava ancora indecisa se fermarsi  per un po’ o fare solo un veloce saluto, a giudicare dalle piogge costanti del mese di giugno.

La prima cosa che l’aveva colpita, arrivando, era stata la luce, intensa come raramente le era capitato di vederla, e i colori netti, senza ombre. Poi, abbassando lo sguardo, era stata colpita da uno spettacolo assai meno poetico, che l’aveva riportata bruscamente alla realtà: il marciapiede su cui stava camminando era cosparso di rifiuti e cartacce, una delle quali si era conficcata nel tacco dodici del suo sandalo gioiello.

“Certo che come biglietto da visita di una città, non è proprio il massimo! Speriamo che sia solo in questa zona.” aveva commentato, infastidita.

Giunti a destinazione, Cheddonna, Miomarito e IlPrincipe avevano parcheggiato l’auto presa a noleggio davanti alla villetta dove avrebbero trascorso le vacanze. “Be'” aveva commentato Cheddonna, sollevata, “qui i marciapiedi sono più puliti e, guarda!, ci sono perfino i cassonetti per la raccolta differenziata!”

Il giorno seguente, dopo aver diviso accuratamente i pochi resti della cena “take away” della sera precedente in plastica, carta e frazione umida, Cheddonna aveva incaricato Miomarito di portare i sacchetti ai rispettivi punti di raccolta, prima di recarsi alla  spiaggia  di ciottoli  che separava la casa dal mare.

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