biroCi sono momenti in cui le certezze accumulate in una vita intera si sgretolano come un vecchio muro di mattoni percosso dagli elementi, momenti in cui tutto ciò che credevamo di sapere, all’improvviso ci sfugge, lasciandoci inebetiti, con lo sguardo fisso nel vuoto. Come quando, per caso, lapsus freudiano o sbadataggine che sia, ci accorgiamo di aver dimenticato il cellulare a casa, e non abbiamo  il tempo di tornare a  recuperarlo.

La prima reazione è la negazione.-Non è possibile che l’abbia dimenticato!-seguita dal rovesciamento della borsa e dalla perlustrazione degli anditi più nascosti dell’automobile alla ricerca del prezioso device. Poi viene l’ansia, la tachicardia e una lieve diminuzione del senso d’orientamento, da attribuire forse in parte alla perdita del segnale gps.

Cheddonna lo sapeva bene, perché era capitato anche a lei.

-E adesso come faccio?-si era domandata, smarrita, quando aveva realizzato che non avrebbe potuto fotografare la targhetta  con gli orari  dello studio medico davanti al quale si era fermata, per salvarli sul cellulare, come faceva di solito, e non avrebbe potuto nemmeno mandare un whatsapp alla Fulvia per condividere con lei quel momento difficile.

Aveva frugato ancora una volta nella borsa, all’ostinata ricerca di ciò che, ormai lo sapeva, non avrebbe potuto trovarvi, quando, d’un tratto, si era trovata tra le dita un oggetto dalla forma allungata, sottile e appuntito, che cercava di riconoscere al tatto, senza riuscirci.

L’aveva estratto con cautela, come si fa con gli oggetti che non ci sono familiari e che ci incutono un po’ di timore. Sotto il sole ancora caldo di settembre le era apparso scintillante come una bacchetta magica.

-Una biro!-aveva esclamato Cheddonna, come risvegliandosi da un sonno centenario.

-Ma certo, posso usarla per scrivere gli orari!-e, come il signor Biró centodiciassette anni prima, si era incantata a guardare la magia  di quella pallina di ferro che, rotolando nell’inchiostro, era in grado di trasformare i pensieri in parole, come nessun cellulare potrà mai riuscire a fare.

 

ballerineQuando, incontrandolo per la prima volta ad una festa a casa di amici, Cheddonna aveva deciso che quel ragazzo dal viso interessante sarebbe diventato Miomarito, aveva finto di ignorare il fatto che quest’ultimo alla festa non ci fosse  arrivato da solo, bensì in compagnia di una bella ragazza dai lunghi capelli neri.

Quello che non le era sfuggito, però, era il fatto che la ragazza indossasse un paio di ballerine totalmente prive di tacco, forse per sdrammatizzare la sua altezza fuori dal comune.

“Le ballerine andrebbero vietate per legge”pensava Cheddonna, scuotendo la testa.

E quando i suoi occhi, per un istante, avevano intercettato quelli di Miomarito, aveva intuito che anche lui doveva pensare la stessa cosa, a giudicare dal luccichio del suo sguardo, che rifletteva i cristalli Swarowsky delle decollete di Cheddonna.

Poi tutto era successo da sé: Cheddonna e Miomarito avevano chiacchierato fitto fitto per tutta la serata, scoprendo, al momento di congedarsi,  di avere ancora molto altro da dirsi.

A un certo punto la ragazza, dopo aver scoccato un’occhiata assassina in direzione di Cheddonna, aveva detto a Miomarito che voleva tornare  a casa.

-Devo accompagnare a casa Laex, penso di doverle almeno una spiegazione.Ti chiamo domani…- aveva sussurrato lui, stringendo furtivamente la mano di  Cheddonna.

Laex era uscita per prima, sbattendo la porta. Cheddonna non l’aveva mai più rivista, ma non avrebbe certamente potuto dimenticare, anche dopo tanti anni, il suo sguardo carico di disprezzo, proprio come quello che le aveva rivolto poco prima la donna che le aveva soffiato sotto il naso gli stivali tacco dodici su cui lei aveva messo gli occhi.

 

 

 

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