Oracolo in vernacolo


 

gineproLo studio della psicoanalista giapponese da cui l’aveva indirizzata la Fulvia recava sulla porta una targhetta con scritto: dottoressa Sakkama-Ria, analista transazionale.

Entrando, Cheddonna aveva notato, lungo la parete, una rastrelliera che invitava i visitatori a lasciare le proprie scarpe all’ingresso e a camminare scalzi.

-Tanto meglio!-aveva pensato immediatamente-almeno non dovrò farmi vedere con indosso queste orribili ballerine- e, non vedendo nessuno, Cheddonna si era guardata intorno alla ricerca della sala d’aspetto, tra le numerose porte scorrevoli in carta di riso che si aprivano sul corridoio centrale.

Prima che riuscisse a decidere quale aprire per prima, una voce, dalla porta in fondo al corridoio l’aveva chiamata: -La un stia costì signora Cheddonna, venga, s’accomodi!

-Ihih! Aveva ragione la Fulvia, ha proprio l’accento fiorentino!-pensava Cheddonna, divertita, poi aveva seguito il suono di quella voce e la luce che filtrava attraverso la carta sottile della porta, e si era trovata di fronte a una donna di corporatura minuta, dai lunghi capelli neri raccolti sulla sommità del capo, con indosso un abito molto simile a un kimono. Gli occhi, dal taglio quasi diagonale, e il pallore del viso, accentuato dalla cipria chiara, erano quelli tipici delle donne giapponesi, così come i gesti e i movimenti, eleganti e quasi senza suono.

-La prego, s’accomodi -aveva detto la dottoressa Sakkama, sedendosi a gambe incrociate intorno a un tavolino basso, e invitando Cheddonna a fare altrettanto.

-Per fortuna oggi ho indossato un tailleur pantalone!-pensava lei, sedendosi come aveva fatto la dottoressa.

Quest’ultima, dopo aver domandato a Cheddonna quale fosse il motivo per cui aveva richiesto il suo aiuto, aveva cominciato a potare, con scrupolosa attenzione, un ginepro bonsai, ed era sprofondata in un silenzio totale e assoluto.

Cheddonna, dopo un momento di imbarazzo, aveva cominciato a parlare, interrotta soltanto dai colpi quasi impercettibili delle piccole forbici della dottoressa Sakkama. Aveva parlato della sua infanzia, della sua famiglia e di se stessa per un tempo che le era sembrato allo stesso tempo breve e infinito.

A un certo punto, verso la fine della seduta, la dottoressa aveva cominciato a scrivere su una pergamena, che aveva consegnato a Cheddonna, insieme alla fattura, quando il suono di un gong digitale aveva decretato lo scadere del tempo a lei dedicato.

Uscita dallo studio, Cheddonna si sentiva allo stesso tempo perplessa e stranamente leggera. In fondo, parlare le aveva fatto bene, anche se il suo era stato più che altro un monologo.Curiosa, aveva srotolato la pergamena e vi aveva letto:

La storia della vita la si decide fin da piccini. La ci si scrive dentro, come se foss’un copione di teatro. Si decide chi fa i’bono, chi fa i’cattivo, icchè si vol’essere e come ci va di vivere, e icchè bisogna fare pe’fallo succedere. Si lima e s’aggiusta la sceneggiatura da pischelli, poi ci si dimentica icchè s’è scritto ma ci si cammina sopra senza rendessi conto.

Credo che per Cheddonna, Ladivina l’entri di filato fra’personaggi boni, quelli che da piccina voleva esse’come loro. Un personaggio co’ i’ fascino potente, ma non ci scordiamo che ni’ fatto che a Cheddona gli garbi, e che poi un possa far’ammeno di’tacco 12, c’entra anche Berenice.

Perdie, Berenice gli tagliava i capelli e se ne fregava foss’una femmina, e Cheddonna la un poteva fa’altro che la Bambina Ribelle e sentissi femmina fin’ai’midollo.

Ancor’un si po’ dire se questo l’è un copione vincente o no, bisogna laoracci sopra!”

-‘Sti giapponesi sono proprio un passo avanti, bisogna dirlo!E poi, con questo accento fiorentino, è davvero simpatica. Peccato che parli così poco.Credo che la settimana prossima tornerò per un’altra seduta!- aveva esclamato Cheddonna, che si sentiva già molto meglio.

 

   

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