Lassù, dove osa IlPrincipe.


-Una passeggiata semplicissima, quasi tutta in piano, un paio d’ore di puro relax tra ruscelli gorgoglianti e dolci pendii erbosi.-le aveva promesso Miomarito, col linguaggio da depliant turistico che sfoderava quando voleva convincerla a seguirlo.-

Lei convinta del tutto non era, ma IlPrincipe, in un insolito slancio d’affetto, l’aveva presa sottobraccio, trascinandola letteralmente con sè, e si sa che a un figlio non si può dire di no, soprattutto se, da buon adolescente, di solito si limita a grugnire in tono poco amichevole.

Così Cheddonna, dopo aver acquistato un completo da arrampicata, con tanto di corde, moschettoni e un paio di scarponcini fucsia che erano proprio un amore, aveva seguito marito e figlio sul sentiero  diretto al “Lac negher”, 2260 metri sul livello del mare.

-Uhm…settecento metri di dislivello…-pensava Cheddonna, -delle due l’una: o non ci vogliono soltanto due ore, oppure…- ma la risposta non aveva tardato ad arrivare, appena dopo il delizioso boschetto di larici, dove il sentiero, senza avvisare, si faceva irto come una scalinata, senza uno straccio di red carpet, per giunta.

Ma ormai era tardi per tornare indietro, anche perché, col suo scarso senso dell’orientamento, Cheddonna avrebbe faticato non poco a ritrovare la strada dell’hotel, così  non le era rimasto che continuare l’ascesa, facendo buon viso a cattiva sorte.

Dopo un tempo che Miomarito e IlPrincipe avevano quantificato in tre ore e settecento calorie bruciate, e a Cheddonna era  sembrato infinito, sebbene l’idea delle settecento calorie perdute l’avesse parzialmente consolata, il trio era finalmente giunto a destinazione: un laghetto di forma circolare,-Di sicura origine glaciale-aveva chiosato Miomarito, benché col riscaldamento globale non fosse rimasto molto nè del ghiacciaio nè del lago, in effetti.

Intorno: nessuno.

Del resto, adesso che ci pensava,  Cheddonna non ricordava di aver incrociato anima viva durante tutta la  salita.  Adagiata su un enorme sasso piatto,-un masso erratico, senza dubbio-si era affrettato a illustrare Miomarito, annuendo con convinzione, Cheddonna ammirava le nuvole che, frettolose, sciamavano  nel cielo azzurrino, stringendosi le une alle altre, e spingendosi via. Tutto intorno al lago dall’acqua verde smeraldo, una corona di monti a chiudere la vista, ad eccezione del cerchio di cielo soprastante, attraversato solo dai voli altissimi delle  aquile.

Di tanto in tanto qualcuna di esse emetteva un richiamo, amplificato dalle pareti rocciose e ripetuto  dall’eco, fortissima, di quell’anfiteatro naturale.

A un tratto un suono più forte di tutti aveva rotto il silenzio, facendo tremare le  rocce  e increspare in cerchi concentrici il  pelo dell’acqua. Cheddonna si era messa a sedere di scatto sul sasso, e si era guardata intorno, allarmata, nelle orecchie ancora le vibrazioni trasmesse  dall’eco.

Le aquile avevano smesso di strillare, e si erano rintanate nei nidi, in attesa.

-Ma cos’è  stato?-aveva esclamato, terrorizzata,-una frana? Un orso  bruno? Dobbiamo scappare, presto!-

Miomarito, qualche metro più in là, si contorceva dalle risate, sentendo IlPrincipe che, in piedi contro il sole, col viso rivolto alle cime innevate, aveva esclamato:

-Tranquilla, ma’! Era solo un ruttino!-

 

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