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 Loziovescovo, ospite a casa di Cheddonna per il periodo delle festività, aveva voluto fare un’improvvisata al  suo segretario di un tempo, don Travet, che svolgeva attualmente la funzione di preposto nella parrocchia della nipote.

Accompagnato da quest’ultima,  si era recato all’ufficio parrocchiale, dove una targa in ottone informava gli utenti che il parroco sarebbe stato presente (preferibilmente su appuntamento) dalle 15 alle 17.

Loziovescovo aveva guardato l’orologio: le 17 e un minuto.

-Siamo certamente ancora in tempo!-aveva esclamato, prima di suonare il campanello, ed era rimasto  sulla soglia, in attesa che qualcuno venisse ad aprire.

Le luci, all’interno dell’ufficio, erano tutte spente, anche se Cheddonna avrebbe giurato di aver sentito un rumore di passi, all’interno.

-Strano, non risponde nessuno.-aveva considerato tra sé e sé Loziovescovo, -eppure l’orario di ricevimento è appena terminato…-

Di lì a poco, il rombo di un motore di grossa cilindrata, proveniente dal retro dell’edificio, aveva catturato l’attenzione di Cheddonna e de Loziovescovo. Poi l’auto, al cui volante c’era don Travet, aveva imboccato il vialetto di accesso, che passava proprio davanti al portone dell’ufficio parrocchiale e, alla vista delle due persone ferme davanti ad esso, aveva frenato bruscamente.

Il conducente aveva abbassato il finestrino e, avendo riconosciuto Loziovescovo, lo aveva salutato con calore:

-Eccellenza, che piacere rivederLa. Purtroppo devo scappare, ma mi farebbe molto piacere invitarLa a cena fuori, questa sera.-

-Eh, capisco, figliuolo, va’ pure. Immagino che sarai ancora impegnato con le benedizioni natalizie, con una parrocchia di queste dimensioni!-

Don Travet lo aveva guardato un po’ stupito, poi sul viso abbronzato era apparso un sorriso soddisfatto.

-Ma no, Eccellenza, per fortuna il problema delle benedizioni è acqua passata! Un collega del varesotto ha avuto una geniale idea, e io ho deciso di copiarla, così quest’anno, a novembre, ho distribuito un pratico kit per l’auto-benedizione, composto da una bottiglietta di acqua benedetta, un libriccino di preghiere, un lumino da accendere prima di iniziare e, naturalmente, una busta per le offerte. Fa-vo-lo-so! Non ha idea del tempo risparmiato!-

Cheddonna aveva annuito: anche lei aveva ricevuto quel kit che aveva mandato NonnaNenna su tutte le furie.

Loziovescovo era rimasto in silenzio, assorto.

-Un kit per l’auto-benedizione! Praticamente il fai-da-te della fede…-

Ripensava, incredulo, ai tempi in cui aveva conosciuto don Travet, allora giovane presbitero divenuto poi suo segretario personale, ai tanti momenti condivisi insieme. Poi, rivolto a Cheddonna:

-Non avrei mai pensato che quel ragazzo potesse fare una cosa del genere, lo avevo sottovalutato…-

Poi, illuminandosi:-Certo, si vedeva che aveva stoffa da vendere, ma ha superato ogni aspettativa! Vedrai, farà molta strada, credi a me!-

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Durante l’anno appena trascorso, alle riunioni del M.A.M.A., Cheddonna non aveva fatto altro che consolare madri afflitte, cercando di respingere con tutte le sue forze l’idea che presto sarebbe toccato anche a lei affrontare quel fatidico momento.

-Sai-, le aveva detto la Marty, una mattina di gennaio-da quel momento il Lolly non è stato più lo stesso. Pensa che adesso si fa chiamare “Loebbasta”!-, ed era scoppiata a piangere a dirotto.

-La Sissy mi ha detto che, d’ora in poi, non ha più bisogno che la accompagni in giro, al pomeriggio…-le aveva confidato sgomenta la Titty, ad aprile.

A giugno, poi, Laluisa era andata da lei in lacrime, dicendole che BimboX , da quel giorno in poi, si era rifiutato di indossare i vestiti di quando suo padre era ragazzo, che lei aveva scrupolosamente conservato in naftalina per tutti quegli anni!

Dopo le vacanze estive,  perfino Lastregadisopra si era lamentata con Cheddonna che Tuttasuopadre era cambiata, dopo…

Cheddonna aveva resistito fino al penultimo giorno dell’anno, quando il calendario appeso  in cucina le aveva rivelato a muso duro che l’indomani sarebbe stato il giorno tanto temuto.

Quella notte non aveva chiuso occhio, ripensando a quando lei e la Fulvia, tanti anni prima, aspettavano con ansia l’arrivo di quel giorno speciale. Erano sicure che, dopo, la loro vita sarebbe cambiata completamente, e invece non era successo niente di particolare, almeno non quel giorno.

Forse, in fin dei conti, quella data era solo una convenzione, un rito di passaggio stabilito a priori, una linea di demarcazione uguale per tutti, e proprio per questo, fittizia.

-Forse, in fin dei conti, per IlPrincipe non cambierà proprio niente, da oggi in avanti.-pensava Cheddonna, accendendo diciotto candeline sulla torta delle colline senesi che aveva preparato per il  suo compleanno, mentre la Tv di Stato trasmetteva il consueto discorso di fine anno del Presidente Mattarella.

-I giovani nati nel 1999 voteranno per la prima volta per eleggere le nuove Camere. Quelli nati cent’anni prima, nel 1899, andarono in guerra e molti di loro morirono: non dimentichiamolo.-

Cheddonna pensava che, grazie al Cielo, i diciottenni come IlPrincipe non avevano una guerra da affrontare, ma che anche votare, al giorno d’oggi, specialmente se lo si fa per la prima volta, sia un po’ come andare in guerra.

Forse, in fin dei conti, per IlPrincipe sarebbe cambiato tutto, da oggi in avanti.

 

Cheddonna non sapeva cosa fare. Non le era mai capitato di dimenticare i litchis. Chissà cosa avrebbero detto i suoi ospiti!

Per tutto il pranzo era rimasta ad osservarne le reazioni, per cercare di capire se avessero notato la mancanza del frutto esotico che fa tanto Natale.

Effettivamente qualcosa di strano nel loro comportamento c’era.

Aveva notato che Loziovescovo era andato a sedersi vicino a L’altrozio, e aveva amabilmente conversato con lui per tutto il pranzo, l’uno nella sua talare dai bordi rossi, l’altro in un vestito di raso altrettanto rosso, abbinato a un paio di sandali gioiello da urlo, come vecchi amici che si ritrovano dopo molto tempo.

Aveva sorpreso i suoi genitori, il dottor Dante e la signora Berenice, a guardare commossi IlPrincipe, che di lì a poco avrebbe compiuto diciotto anni e che loro due, chiusi nel loro “buen retiro” in Riviera, avevano visto sì e no diciotto volte, da quando era nato.

Si era stupita nel constatare che quest’ultimo, che di solito presenziava al pranzo di Natale solo il minimo sindacale, aveva risposto pazientemente alle loro domande su quale scuola frequentasse e cosa avrebbe voluto fare dopo la maturità, aveva chiacchierato piacevolmente con  sua zia Cheddolce, con la Fulvia e Unozio, e aveva perfino giocato a Playstation con il piccolo “Che”, lui che aveva sempre detestato i “mocciosi”.

Si era sorpresa a guardare NonnaNenna, e a pensare che, anche se non si sarebbe detto, aveva quasi cento Natali alle spalle, e quello poteva essere l’ultimo che trascorrevano insieme, e infine aveva sorriso, vedendo che Miomarito aveva indossato, ancora una volta, l’orribile maglione con le renne che gli aveva regalato sua madre, Miasuocera, solo per vederla felice.

Sembravano tutti stranamente a loro agio, come non ricordava di averli mai visti. Nei piatti di portata erano rimasti molti avanzi, e Cheddonna si era affrettata a farne tanti pacchetti per consegnarli  agli ospiti, al momento di tornare a casa.

Sulla tavola, sparecchiata per la consueta tombolata natalizia, c’erano frutta secca, torrone, mandarini, oltre a fichi secchi e datteri; di litchis nemmeno l’ombra, ma nessuno pareva averci fatto caso.

-Hai visto?-le aveva sussurrato NonnaNenna, dandole un buffetto sulla guancia, come quando era bambina -L’è Nadal istess, anca senza licci!-

Cheddonna l’aveva guardata con affetto. Forse, dopo tutto, NonnaNenna aveva ragione, e poi  i litchis li avrebbe sempre potuti comprare, scontati, per giunta, per l’Epifania!

 

 

 

Spingendo a fatica un carrello stracolmo, di quelli che tendono a sbandare a destra perfino quando sono vuoti, Cheddonna provava a farsi largo tra le corsie intasate del supermercato che, in quella vigilia di Natale, era il compendio dell’inferno dantesco: dappertutto torme di golosi dai carrelli pieni di ghiottonerie, iracondi in procinto di venire alle mani per l’ultima teglia di crespelle al salmone e qualche ignavo, perennemente indeciso tra panettone e pandoro.

Occhi spiritati, volti disfatti dalla fatica e dall’ansia di non arrivare in tempo a preparare il cenone della vigilia o il pranzo di Natale, a seconda delle tradizioni famigliari e, per sottofondo, jingle natalizi, interrotti di tanto in tanto da uno scroscio di applausi registrato, che annunciava la vincita di una bottiglia di spumante da parte di qualche fortunato cliente. La gente si aggirava spaesata, come in preda a un horror vacui che la spingeva a gettare compulsivamente cose nel carrello, vedendo quelli degli altri riempiti a dismisura, e così alle casse si erano formate file interminabili, simili a quelle negli uffici postali, o al C.U.P. dell’ospedale. Un cartello, appeso vicino a ogni cassa, avvisava che il supermercato sarebbe rimasto chiuso nei giorni di Natale e Santo Stefano. Cheddonna l’aveva letto distrattamente, persa nei suoi pensieri.

Dopo tre quarti d’ora di coda, finalmente era riuscita a pagare e a caricare in macchina i dodici sacchetti contenenti le pietanze per il giorno di Natale.

Giunta a casa, nel riporre la spesa in un frigorifero in cui non sarebbe più potuto entrare nemmeno uno spillo, aveva  fatto, però, un’amara scoperta.

-Oh, no! Ho dimenticato di comprare i litchis! E adesso?-

Dando una rapida occhiata all’orologio si era resa subito conto che a quell’ora, col traffico congestionato della vigilia, non avrebbe mai fatto in tempo a tornare al supermercato prima che chiudesse, e l’indomani  non sarebbe  stato aperto…

-Roba da matti!- aveva commentato tra sé, con disappunto, -Fino all’anno scorso il supermercato era aperto almeno la mattina di Natale! Altrimenti come si fa, se ci si è scordati di comprare i litchis?-

Mese per mese