Lo shopping del sabato pomeriggio in centro era uno degli impegni settimanali a cui Cheddonna non avrebbe mai rinunciato. Guardare le vetrine appena allestite, entrare nei negozi e adocchiare gli ultimi arrivi, scoprire  le nuove tendenze moda era per lei un piacere unico e insostituibile.
Il problema era il traffico.
Il sabato pomeriggio, assai più degli altri giorni della settimana, le vie del centro si riempivano all’inverosimile di persone e veicoli alla disperata ricerca di un parcheggio, di qualsiasi tipo.
A volte Cheddonna, al volante del suo  X5  nuovo fiammante, aveva provato una certa invidia per coloro che, con le loro piccole utilitarie, riuscivano a trovare parcheggio in pochi metri con relativa facilità, mentre lei doveva accontentarsi di un posto in seconda fila, se non altro perché era molto spiacevole, al termine di uno spensierato pomeriggio di shopping, trovare il foglietto che l’odioso ausiliare del traffico aveva provveduto a  lasciare sul parabrezza.
Per qualche tempo, anche dopo che Nonnanenna aveva tolto il gesso, Cheddonna aveva continuato ad esibire il contrassegno del comune per poter sostare indisturbata nei parcheggi dei disabili, simulando una vistosa zoppia ogni volta che saliva o scendeva dalla macchina, ma una volta che, fiera delle sue Prada nuove tacco 12, le aveva indossate appena uscita dal negozio, era stata fermata da una vigilessa con uno scarso senso dell’umorismo, che le aveva prontamente elevato una salatissima contravvenzione,dopo aver stracciato il prezioso lasciapassare.
A quel punto non restava che una soluzione: chiedere aiuto a Miomarito, sicuramente più abile di lei nella difficile arte del parcheggio festivo. Ma non era un’impresa facile.
Se c’era una cosa che Miomarito non poteva soffrire era proprio andare per negozi, soprattutto il sabato pomeriggio.
Non gli piaceva la folla, così rumorosa e disordinata,  e lo annoiava terribilmente il lungo pellegrinaggio tra  vetrine e portici, scaffali e corridoi, fatto di fermate senza preavviso che lo costringevano a tornare sui suoi passi o ad arrestarsi  all’improvviso, rischiando di perdere l’equilibrio. Ma soprattutto odiava l’impianto di condizionamento dei negozi.D’inverno, quando fuori il freddo pungente rendeva necessario indossare pesanti cappotti, guanti e sciarpe, all’interno c’erano trenta gradi, e Miomarito , già lievemente idrofobo, si caricava tutto sulle braccia, maledicendo fra sé la mancanza di un servizio guardaroba; d’estate, invece, i condizionatori accesi al massimo gli facevano sentire il desiderio di avere a portata di mano i medesimi cappotti, guanti e sciarpe di cui si sarebbe volentieri sbarazzato solo qualche mese prima. E poi le code alle casse, soprattutto nei centri commerciali che piacevano tanto a Chedddonna! Un vero strazio.
Miomarito si sarebbe volentieri rifugiato in ufficio anche nel week end, piuttosto che sottoporsi a un simile supplizio, ma era troppo tardi: Cheddonna avanzava con passo deciso nel corridoio, con l’espressione di chi non deve chiedere mai. “Tesoro, non ti spiace  accompagnarmi in centro oggi pomeriggio, vero? Devo as-so-lu-ta-men-te andare a comprare una borsa nuova, è uscita la collezione primavera-estate, e io giro ancora con la borsa dell’anno scorso…Ti rendi conto?”.
“ Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già!”rispondeva lui scuro in viso, ma Cheddonna, vestita di tutto punto, lo stava già aspettando accanto all’ascensore…

                                       
Da settimane, ormai, non si parlava d’altro tra le mamme del quartiere; fuori dalla scuola, all’uscita del catechismo, perfino al supermercato la parola d’ordine era una sola: Prima Comunione.
Archiviata ormai la Pasqua e le relative vacanze, un esercito di genitrici pronte a tutto stava organizzando l’evento più importante dell’anno, quello che avrebbe segnato il debutto in società dei loro figlioli, e anche il loro ingresso nella comunità cristiana.
Ovunque fervevano i preparativi: Laluisa, che conservava sempre tutto, aveva già ritirato dalla lavanderia il completo blu indossato da suo marito Tizio in occasione della  Prima Comunione, e ora guardava uno sconcertato Bimbo X in versione anni ’70 con materno compiacimento.
Lastregadisopra, dopo aver cucito  a mano un preziosissimo abito da cerimonia per la sua unica figlia, Tuttasuopadre, si era cimentata personalmente nella realizzazione della torta a tre piani per il rinfresco e persino dei confetti, oltre che delle bomboniere dipinte a mano.
Anche IlPrincipe si preparava all’importante cerimonia: aveva già fatto tre prove dal sarto,due lampade per ravvivare il colorito palliduccio dell’inverno appena trascorso e inaugurato un nuovo taglio di capelli.
. Cheddonna aveva organizzato tutto nei minimi dettagli:ristorante sul lago, invitati selezionatissimi, bomboniere fatte a mano, un’attenta scelta di abiti e accessori per lei e Miomarito e perfino per Nonnanenna, costretta a indossare uno sgargiante abito da cerimonia scelto dalla nipote.
“ Avevo il mio tailleurino blu che andava così bene! Va se mi devo conciare come a Carnevale!”diceva, guardandosi allo specchio.
Ma Cheddonna non sentiva ragioni e continuava imperterrita nella realizzazione del suo capolavoro.
Non aveva dimenticato nulla. Anzi, sì, l’offerta da lasciare in chiesa. Ma era solo un dettaglio,tanto si trattava di una busta anonima, da depositare nella cassetta delle offerte…che la lasciasse o no non avrebbe fatto una gran differenza.
Il giorno tanto atteso era finalmente arrivato: in una radiosa mattina di fine aprile un nugolo di madri, padri e parenti vari, tutti tirati a lustro, attendeva sul sagrato della chiesa l’arrivo della processione dei comunicandi, con il parroco in testa.
Ed eccoli! Una lunga fila di bambini e bambine sorridenti e felici, pronti per quello che sapevano essere il loro “grande giorno”. Intorno una folla variopinta ed eterogenea, lacrimucce furtive e flash invadenti di fotografi.
“ Che bella cerimonia! Proprio sentita.”disse Nonnanenna uscendo dalla chiesa “ E’ bravo, il vostro parroco! E che bei canti, che bei fiori! Speriamo però che abbiano raccolto un po’ di offerte, perché chissà quante spese ha una parrocchia così!L’oratorio, il catechismo…Solo il  riscaldamento e la luce, sai che sberle!”
Cheddonna finse di non aver sentito, ma un lieve rossore, pur dissimulato dal fondotinta coprente, si era impadronito delle sue guance . “Devo aver dimenticato i guanti sulla panca. Vado dentro a cercarli!”si scusò coi  parenti, che al volante delle loro vetture attendevano impazienti di essere scortati al ristorante, e scivolò furtivamente nella chiesa ormai vuota. Aprì la borsetta e, giunta davanti alla cassetta delle offerte,vi lasciò cadere dentro la sua. Adesso si sentiva stranamente leggera.     

                                Cheddonna no limits Le buone azioni (parte II).

Riassunto della prima parte: Cheddonna riceve una telefonata da sua sorella Cheddolce. La nonna si è rotta una gamba e qualcuno dovrà  occuparsi di lei per un po’. Suo malgrado, Cheddonna accetta di essere quel qualcuno…

L’arrivo di NonnaNenna aveva causato non poco scompiglio nella famiglia di Cheddonna.
Per prima cosa IlPrincipe, suo malgrado, aveva dovuto rinunciare alla stanza dei videogiochi, un tempo studio di Miomarito, per lasciar posto alla nonnina, e ormai non gli restavano che la stanza dei giochi e la sua cameretta per poter giocare.
Lacerata dal senso di colpa per aver costretto Il Principe a sacrificarsi per la bisnonna, Cheddonna era prontamente corsa ai ripari, comprando al generoso figliolo la play station portable.
“I polli d’allevamento stanno più larghi!” esclamò NonnaNenna, considerando con aria di disapprovazione le ridotte dimensioni del suo nuovo alloggio.
“Sono sicura che qui da noi ti troverai benissimo!”cinguettò Cheddonna, fingendo di non aver sentito e sfoggiando uno dei suoi sorrisi più smaglianti.
Anche la vita sociale di Cheddonna era stata pesantemente influenzata dalla presenza di NonnaNenna.
Un pomeriggio, durante una riunione della onlus di cui Cheddonna era la presidentessa, Laluisa, la vicina del piano di sotto, aveva portato un enorme sacco di abiti usati e dicendo:“Volevo buttarli via, ma se li ritirate voi mi fate un favore!”lo aveva deposto solennemente al centro del tavolo.
NonnaNenna, guardando i colori improbabili e le enormi macchie che costellavano quelli che un tempo erano stati degli indumenti, esclamò:”Bestia! Quella roba lì non la vogliono neanche in discarica!”.
Laluisa era impallidita e, visibilmente offesa, aveva lasciato la riunione. Da quel giorno il comitato aveva preferito riunirsi in altra sede.
Un altro giorno, passando per il salotto, dove IlPrincipe era impegnato nell’ora di conversazione settimanale con Sheila, l’insegnante madrelingua inglese che lo seguiva da quando aveva sei mesi, NonnaNenna  se ne era uscita con un “Quante storie! Quel fioëu lì avrebbe bisogno di tirar due calci al pallone, altro che madrelingua!”che aveva fatto vacillare il proverbiale self control inglese della maestra.
Per non parlare dei rapporti di buon vicinato, messi a dura prova dall’insana abitudine della vecchietta di dire sempre tutto ciò che pensava. “Ma è quella lì  la Stregadisopra,? Quella che passa l’aspirapolvere all’una di notte? “ si informava , rivolgendosi a voce alta ad un’imbarazzatissim Cheddonna ,quando la porta dell’ascensore non si era ancora richiusa del tutto sul sorriso di circostanza che la vicina in questione, dopo un cerimonioso scambio di convenevoli, aveva rivolto alle due donne. ,
“Hei, furbo!”diceva al giardiniere che abbandonava la canna dell’acqua sul prato per ore. “I condomini la pagano per bagnare il prato, non per allagarlo!”e via dicendo. Insomma, una tragedia.
“Che cosa posso fare?”si sfogava Cheddonna con la Fulvia. “E’ anziana e non ci sta più con la testa. Se non fosse per noi! I primi tempi,quando aveva il gesso, stava almeno seduta. Adesso, invece non sta ferma un attimo: spolvera, pulisce, cucina, lava, stira, perfino! Pensa che sto pagando la colf per niente!”diceva, scuotendo la testa, afflitta.
“Hai proprio ragione, tesoro!”rispondeva la Fulvia, solidale. “ E’ durissima, ma pensa che stai facendo una buona azione!”
                                                                                   

                       
“Bip bip biiip.”La lucina della segreteria telefonica lampeggiava con petulante insistenza quando Cheddonna, con le braccia cariche di sacchetti della spesa , varcò la soglia del suo appartamento.
Il display digitale annunciava tre nuovi messaggi.
Il primo era di Arabella, la babysitter del Principe,che si dava malata per la terza volta in un mese; il secondo era di una società telefonica che proponeva la nuova, fantastica offerta “internet oltre ogni limite”;e l’ultimo era di Cheddolce, la sorella maggiore di Cheddonna.
“Pronto, tesoro? Non sei in casa? Peccato, volevo venire a trovarti…avrei bisogno di parlarti…Richiamami! Un bacio!”
Cheddonna  iniziò a sistemare con cura la spesa nella dispensa, poi si fece un caffè e sedette a riflettere.
“Quando mia sorella vuole parlarmi, ci sono guai in vista!” rimuginava tra sé. “Chissà cosa vorrà questa volta!”.
Ciononostante, dopo aver dato la caccia al cordless per tutta la casa, Cheddonna compose il numero della sorella,non senza  una sottile sensazione di  imminente catastrofe.
“Pronto, Cheddolce?Sono io!Ho trovato il tuo messaggio…Avevi bisogno di me?” si informò Cheddonna , quando sentì che, dall’altra parte del filo, qualcuno aveva alzato il ricevitore.
“No, bambèn, sono la NonnaNenna.Tua sorella sta guardando la puntata dell’”Isola dei famosi”, per questo ho risposto io!”
“NonnaNenna! Che ci fai lì? Non dovevi essere al mare per tutto l’inverno?” esclamò stupita Cheddonna.
“Eh…è una lunga storia…per farla breve mi sono rotta una gamba e devo tenere il gesso per un mese. Potrai ben capire che , conciata così, non posso certo rimanere da sola! Ah, ecco Cheddolce! Allora, chi è stato nominato?”.
“Ma cosa dici, nonnina! Io non guardo la tv spazzatura!Stavo vedendo “Ulisse”: c’era un servizio su Galileo Galilei…Pronto, Cheddonna? Come stai cara? Hai già saputo la notizia, vedo! La nonnina  starà con noi per un po’…o meglio…avrei bisogno di parlarti proprio di questo…”.
Il timbro vocale  di Cheddolce  non lasciava presagire nulla di buono. Cheddonna , infatti,sapeva perfettamente che  quando la voce di sua sorella saliva di un’ottava, assumendo un tono più flautato del solito,era segno che stava per dire qualcosa di poco piacevole.
Nonnanenna, intanto era andata a sedersi davanti alla televisione, rimasta accesa sui volti scavati dei naufraghi dell’isola, e ogni tanto commentava ridacchiando e scuotendo la testa.
“ Sai, io vorrei tanto tenere con me la nonna, ma come faccio? Ho un marito, due figli, un lavoro:una vita difficile! Non posso pensare di occuparmi anche di Nonna Nenna. Tu, invece…”
“Io invece  cosa?” urlò dentro di sé Cheddonna  “ Ti rendi conto che ho la baby-sitter malata?”
Ma tutto quello che riuscì a dire fu: “Certo, ti capisco, dobbiamo  trovare una soluzione!Potremmo cercare una di quelle belle case di cura…”
“Ma tesorooo! NonnaNenna ha bisogno di un ambiente familiare, di volti amici. Credo che l’unica soluzione sia che te ne occupi tu!”
Cheddonna stava per avere una crisi di panico: se c’era una cosa che non riusciva a sopportare erano gli anziani, con tutti i loro noiosi discorsi sui bei tempi passati e le loro piccole manie, e sopra ogni cosa non sopportava NonnaNenna.
Più volte, in passato, il vizio della nonna di dire sempre tutto quello che le passava per  la testa l’aveva messa in imbarazzo davanti a qualcuno dei suoi conoscenti. Sembrava che la vecchietta non avesse freni inibitori:faceva commenti su quanto era invecchiata quell’amica, o su quanto era ingrassata quell’altra, o su come l’altra ancora si fosse certamente rifatta il naso…
Averla in casa significava certo rischiare di dover porre rimedio ad altri incresciosi episodi del genere.
“Pronto, Cheddonna, sei ancora lì?”domandò la sorella  con voce che tradiva una certa  apprensione. “Allora, siamo d’accordo? “
Cheddonna inghiottì un paio di volte, poi, con un filo di voce, disse:” Va bene.
Di’a NonnaNenna che domani Miomarito passerà a prenderla…”

Fine prima parte (to be continued)

                                                                                  

Quella mattina di gennaio Cheddonna si era alzata presto e aveva cominciato la lunga serie di gesti rituali che compiva ogni mattina: un attento e meticoloso trucco e parrucco, la scelta degli abiti e degli accessori da indossare, una veloce scorsa agli appuntamenti della giornata e il TG davanti a una tazza di caffè bollente.
“Ancora bombe su Gaza! Ma finirà mai questa guerra?” pensava tra sé. “Bisogna agire, fare qualcosa … è un dovere morale!”
Intanto i rumori della casa cominciavano a udirsi distintamente: al piano di sotto Laluisa alzava le tapparelle per svegliare i bambini.
“Cheppalle, quella! Ma deve proprio alzarle così presto quelle stramaledette tapparelle?”.
Dalla stanza in fondo al corridoio si era alzata, ancora insonnolita ma ugualmente imperiosa, la voce del IlPrincipe, il figlio di Cheddonna.
“Maaammaaa! Ho fameeeee … è pronta la colazioneeeee?”
“Siii Tesoro. Arrivo subito!”
“Ci sono i cerali al triplo cacaoooo?”
“No, ciccio, sono finiti …”
“Cooosa?? Ma io li voglioooo”.
“Siii, caro, vado subito a comprarli al negozio qui sotto”
A Cheddonna non piaceva essere interrotta quando era immersa nei suoi pensieri e in questo momento stava riflettendo su cose grosse come la pace nel mondo e simili, ma se IlPrincipe voleva i cereali per colazione il suo cuore di mamma non poteva rimanere sordo a quel richiamo.
Infilando un pesante piumino viola (il colore più trendy della stagione) e senza rinunciare agli stivali coi tacchi alti, si accinse a uscire di casa, sfidando i meno tre gradi del primo mattino.
“Ma Miomarito dov’è? Potrei mandare lui! No, sbaglierebbe di sicuro la marca dei cereali. Devo andare, è un dovere morale!”
E chiudendo la porta blindata appena un po’ troppo rumorosamente si mise in attesa davanti all’ascensore: “Maledizione! E’ occupato! Mai una volta che Lastregadisopra faccia un po’ di movimento, con tutta quella ciccia. E va bene, farò le scale.” E sfoggiando la più nera delle sue espressioni di repertorio, scese le scale con la grazia di un grosso quadrumane.
Al negozio, dopo aver ghermito l’ultima confezione di cereali verso la quale una vecchietta esitante stava allungando una mano, si accorse di essere molto in ritardo sulla tabella di marcia.
“Quant’è?” chiese alla commessa in tono sbrigativo.
“Scusi, signora, c’ero prima io in fila!” la apostrofò un signore col berretto di lana ben calcato in testa.
“Non so di cosa parla! Non ho visto nessuna fila, e comunque ho fretta, io!”E senza più badare alle rimostranze del risentito cliente, pagò e uscì di corsa dal negozio, diretta a casa.
“Ecco, tesoro!I tuoi cereali al triplo cacao!” cinguettò Cheddonna.
“Non li voglio più. Ho mangiato la fetta al latte, il succo e tre kinder”.
“Oh, stella,! Ma ti basta? Sei sicuro di aver mangiato a sufficienza? Avrai assunto abbastanza calcio?”. Ma IlPrincipe era già corso ad accendere la TV, e non la sentiva più.
Miomarito, con l’accappatoio ancora addosso, si affacciò timidamente alla porta della cucina.
“Ciao cara, stai uscendo?” sbadigliò.
“Veramente sono appena rientrata, ma ora devo sbrigarmi, se voglio arrivare in tempo!Sai, la Fulvia mi sta già aspettando e non possiamo far tardi…”
“Certo, certo” considerò Miomarito con aria comprensiva.”E’ per una buona causa!”e tornò a rifugiarsi negli anfratti della cabina armadio matrimoniale.
Cheddonna era davvero in ritardo.
La Fulvia, kefiah d’ordinanza, clarks dei tempi del liceo e eskimo verde, la stava aspettando impaziente sotto casa.
“La manifestazione per la pace comincia fra un quarto d’ora!” disse. “Sei pronta?”.
“Tranquilla, giusto il tempo di fare un’ultima commissione!” e, arrancando pericolosamente sulle lastre di ghiaccio, ricordo della recente nevicata e maledicendo tra sé la negligenza dei netturbini, Cheddonna si avviò trionfante alla porta della lavanderia vicina a casa.
“Allora? E’ pronta la mia bandiera arcobaleno?”

Mese per mese