Per farsi perdonare di averla portata all’agriturismo vecchia maniera, dove avevano trascorso un intero fine settimana a tentare di  mungere mucche, vendemmiare e dar da mangiare alle bestie, Miomarito aveva deciso di organizzare un romantico week end in Sicilia, prenotando una suite al Grand Hotel di Palermo, iniziativa che a Cheddonna era parsa assolutamente doverosa.

Giunti a destinazione e sistemati i bagagli, avevano voluto andare immediatamente alla scoperta di quella città così affascinante e misteriosa e, su consiglio del concierge, il quale sosteneva che Palemmo è rsgigorosamente da visitare  a piedi, si erano diretti alla Cattedrale, immettendosi nel flusso di turisti tedeschi e francesi, e nella colorata e varia umanità che affollava i marciapiedi.
Cheddonna ammirava i monumenti che, ad ogni angolo, facevano capolino:  i Quattro canti, piazza Pretoria, la Chiesa della Martorana, splendida con  i suoi mosaici bizantini,  casa Professa e i suoi putti  serpottiani, e poi su verso  la Cattedrale arabo normanna, simbolo della commistione di stili e linguaggi che si respira ovunque, a Palermo. E ancora:  palazzo dei Normanni e la Cappella palatina, la Zisa, le catacombe dei Cappuccini, e di nuovo giù fino a Santa Maria della Catena,  presso la Cala. Su e giù per cardo e decumano, e nell’intrico confuso delle arterie laterali, dal teatro Massimo all’orto botanico, dalla Cuba a palazzo Abatellis, passando per la Vucciria e  Ballarò e il mercato del Capo.
Poi, improvvisamente come l’aveva visto  sorgere sotto le nubi, quella mattina, dall’aereo, il sole era tramontato, ed era calata la sera.
Mentre faceva un pediluvio defatigante ai fiori di gelsomino Cheddonna pensava che senza dubbio Palermo va visitata a piedi, ma  che forse con le scarpe da ginnastica è meglio.

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