Quando Cheddonna e la  Fulvia facevano la quarta ginnasio, 1984  era scritto su tutte le  pagine della Smemoranda e non solo sulla copertina del romanzo di Orwell, “spazio 1999”  apparteneva ancora di diritto al genere “fantascienza” e i diciotto anni sembravano un traguardo lontanissimo.
Un giorno la maggiore età era arrivata, e non era cambiato granchè, a parte la  patente e  il voto al referendum sul nucleare.
E poi tutti gli anni in fila, come i sassolini di Pollicino, le avevano portate fin qui, ancora una volta insieme, con la stessa età che avevano le loro madri allora, a chiedersi com’era possibile non essersene neanche accorte. “Chissà  fra trent’anni, quando saremo vecchie come loro?” aveva buttato lì la Fulvia, scherzandoci sopra, poco convinta.
“Noi non saremo vecchie nemmeno a cento anni, mia cara!”aveva risposto Cheddonna, strizzandole l’occhio. “Almeno non fino a quando continueremo ad avere i baffi di cioccolato ogni volta che  mangiamo il gelato o a stare sveglie di notte per seguire l’orbita di una navicella spaziale…”

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