gattaDopo gli stravizi alimentari della vacanza in Sicilia, Cheddonna aveva deciso di perdere almeno due chili,  perciò aveva pensato di adottare il regime alimentare del dottor di Giuni, il dietologo che aveva seguito la Fulvia dopo l’ultima gravidanza.

Dopo aver dato un’occhiata veloce al foglio prestampato, Cheddonna era impallidita.-Come? Niente carboidrati? Solo carne, pesce e verdura e per giunta col divieto assoluto di usare i surgelati! Ma come farò?-

Dopo un primo momento di indecisione, però, il super -io di Cheddonna aveva avuto il sopravvento, spingendola a tentare l’impresa.

Non avrebbe mai immaginato, però, che abolire i carboidrati sarebbe stato così difficile.

A volte aveva persino delle allucinazioni.Si sentiva come un beduino nel deserto, perseguitato da miraggi di oasi evanescenti, e più di una volta le era parso che dal frigorifero provenisse il canto ammaliante delle sirene, che l’ attirava a sè.

Dopo una settimana non ce l’aveva fatta più.

-Cosa vuoi che sia un piccolo strappo alla regola?-pensava, muovendosi furtiva  nella casa addormentata, alla ricerca dei cioccolatini che Miomarito aveva nascosto, per aiutarla a mantenere i suoi buoni propositi, si intende.

-Trovati!-aveva esclamato, trionfante, un attimo prima di urtare con il piede scalzo lo stipite della porta della cucina.

L’ululato di dolore che ne era seguito aveva risvegliato tutti gli abitanti della casa, e anche Lastregadisopra, che aveva manifestato il proprio disappunto picchiettando ripetutamente con il manico della scopa sul pavimento.

-Che cosa succede?- si era informato Miomarito, stropicciandosi gli occhi gonfi di sonno.

-Credo di essermi rotta un dito…-piagnucolava Cheddonna saltellando su un piede solo.

-Andiamo al pronto soccorso-  aveva concluso Miomarito, constatando che il quinto dito del piede sinistro aveva un’angolatura piuttosto insolita, rispetto alle altre.

-Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino…-aveva commentato NonnaNenna, contemplando i cioccolatini sparsi sul pavimento.-E adesso, come farete a partire per la montagna?” (continua)

L’ultima riunione del M.A.M.A (movimento anonimo mamme apprensive), subito dopo l’uscita dei quadri scolastici, aveva avuto il sapore di una piccola Caporetto. Tra morti e feriti, debiti da recuperare e nuove scuole da scegliere per chi non ce l’aveva fatta, le mamme del M.A.M.A. si erano salutate fra i singhiozzi, incuranti del rimmel che colava copiosamente dai loro occhi arrossati, e si erano date appuntamento a settembre. Poi, un giorno di agosto, IlPrincipe era partito per l’Inghilterra, dove lo attendevano due settimane di studio intensivo della lingua. Due interminabili, infinite settimane, pensava Cheddonna, già un po’ pentita di averlo lasciato partire. Dopo i primi due giorni, sentendo di aver bisogno di aiuto, aveva deciso di convocare una riunione straordinaria del M.A.M.A., benché non si aspettasse una grande partecipazione, visto il periodo di vacanza.
A sorpresa, invece, la piccola sala delle riunioni era gremita di gente: volti familiari e rassicuranti, ma tutti ugualmente pervasi da un’ansia sottile.
“BimboX è a Malaga, ospite di una famiglia…torna domani” aveva detto Laluisa, con gli occhi che le brillavano per l’emozione. “Che fortuna!” avevano esclamato in coro le altre. “Chissà com’è stata dura, per te. La Sissy è a Parigi e torna soltanto tra cinque giorni” aveva aggiunto la Titty, tenendosi il volto tra le mani.
“IlPrincipe è partito due giorni fa…” aveva detto Cheddonna, con voce tremante.
Intorno era calato un silenzio carico di empatia. “Come ti senti?” aveva chiesto la Marty. “Sai, anche il Lolly è appena partito…”
“E’ dura…Poi  io cerco di non chiamarlo troppo spesso…oggi l’ho sentito solo quattordici volte” aveva risposto Cheddonna.
L’applauso dell’uditorio era partito spontaneo. “Bene!Brava!Cheddonna sei tutte noi!”
“Ma no, dai” si era schermita lei “ormai sono grandi, e poi tredici giorni, sette ore, quarantatré minuti  e dieci secondi passano in fretta!”

Le mamme della classe de IlPrincipe erano sul piede di guerra già da qualche giorno.
“La professoressa di lettere è impazzita! Tre verifiche in una settimana  nelle sue materie e siamo solo all’inizio di maggio!” si lamentava Laluisa.
“Senza contare che parte dall’otto nel dare i voti… la mia, che alle elementari aveva la media del dieci, non riesce a prendere più di sette e mezzo!” le faceva eco Lastregadisopra, rossa in volto.
“Mio figlio va a ripetizione di italiano dall’inizio dell’anno e nonostante tutto arriva appena al sei…è possibile?” scuoteva la testa la mamma di Amir.
“Adesso basta!” gridavano le altre mamme. “Cheddonna, in qualità di rappresentante di classe devi andare a parlarle!”
Cheddonna non era certo il tipo da tirarsi indietro, e, conscia del proprio ruolo, decise di accogliere l’appello delle altre genitrici.
L’occasione per affrontare lo scottante argomento sarebbe stata l’imminente assemblea di classe, in programma quella sera stessa.
All’ora stabilita venticinque mamme,  con le braccia incrociate e i volti atteggiati ad un comune sentimento di indignazione, sedevano ai banchi dei loro figli, in attesa dell’inizio delle ostilità.
Ad uno ad uno gli insegnanti e il preside entrarono e  presero posto, sotto gli occhi impassibili delle mamme in attesa.
Per ultima entrò la professoressa Tremendi, l’insegnante di lettere, una donna piccola e grassottella, con i capelli  ossigenati solcati da una vistosa ricrescita bianca, che ne tradiva l’età ormai prossima alla pensione. In mano stringeva una sigaretta che si affrettò a gettare nel cestino, tossicchiando nervosamente.
Dopo una breve presentazione del programma svolto e dell’andamento della classe venne lasciato spazio agli interventi dei genitori.
Di colpo il brusio di sottofondo si spense e nell’aula calò un silenzio carico di attesa.
“Buonasera, professoressa Tremendi”- esordì Cheddonna, con voce squillante.Tutti gli occhi erano puntati  su di lei e sulla sua interlocutrice.
“Come rappresentante di classe volevo farLe presente che molti genitori si sono lamentati per l’eccessivo carico di lavoro di questi ultimi tempi, soprattutto nelle Sue materie. Sa, siamo alla fine dell’anno e i ragazzi sono stanchi. E anche sui voti, ecco…”
Cheddonna non potè terminare la frase, perchè la professoressa Tremendi, ergendosi in tutto il suo metro e cinquanta di altezza aveva tuonato:”Sono capre, non studiano niente! Per quanto mi riguarda dovrebbero avere una verifica al giorno “, fulminando con lo sguardo la platea.
D’un tratto il silenzio lasciò il posto ad un brusio via via più intenso e inframezzato di “Eh sì!” “E’ vero.” “Giusto”.
Cheddonna si guardò alle spalle, cercando l’appoggio delle altre madri, ma esse non avevano ormai occhi che per la professoressa Tremendi, e  c’era chi sorrideva, chi annuiva, chi diceva che non c’erano più gli studenti di una volta e che era una fortuna che ci fossero ancora insegnanti così…
In quel momento Cheddonna,convinta di trovarsi  catapultata improvvisamente in una novella kafkiana, si sarebbe volentieri trasformata in uno scarafaggio…

Quella mattina di gennaio Cheddonna si era alzata presto e aveva cominciato la lunga serie di gesti rituali che compiva ogni mattina: un attento e meticoloso trucco e parrucco, la scelta degli abiti e degli accessori da indossare, una veloce scorsa agli appuntamenti della giornata e il TG davanti a una tazza di caffè bollente.
“Ancora bombe su Gaza! Ma finirà mai questa guerra?” pensava tra sé. “Bisogna agire, fare qualcosa … è un dovere morale!”
Intanto i rumori della casa cominciavano a udirsi distintamente: al piano di sotto Laluisa alzava le tapparelle per svegliare i bambini.
“Cheppalle, quella! Ma deve proprio alzarle così presto quelle stramaledette tapparelle?”.
Dalla stanza in fondo al corridoio si era alzata, ancora insonnolita ma ugualmente imperiosa, la voce del IlPrincipe, il figlio di Cheddonna.
“Maaammaaa! Ho fameeeee … è pronta la colazioneeeee?”
“Siii Tesoro. Arrivo subito!”
“Ci sono i cerali al triplo cacaoooo?”
“No, ciccio, sono finiti …”
“Cooosa?? Ma io li voglioooo”.
“Siii, caro, vado subito a comprarli al negozio qui sotto”
A Cheddonna non piaceva essere interrotta quando era immersa nei suoi pensieri e in questo momento stava riflettendo su cose grosse come la pace nel mondo e simili, ma se IlPrincipe voleva i cereali per colazione il suo cuore di mamma non poteva rimanere sordo a quel richiamo.
Infilando un pesante piumino viola (il colore più trendy della stagione) e senza rinunciare agli stivali coi tacchi alti, si accinse a uscire di casa, sfidando i meno tre gradi del primo mattino.
“Ma Miomarito dov’è? Potrei mandare lui! No, sbaglierebbe di sicuro la marca dei cereali. Devo andare, è un dovere morale!”
E chiudendo la porta blindata appena un po’ troppo rumorosamente si mise in attesa davanti all’ascensore: “Maledizione! E’ occupato! Mai una volta che Lastregadisopra faccia un po’ di movimento, con tutta quella ciccia. E va bene, farò le scale.” E sfoggiando la più nera delle sue espressioni di repertorio, scese le scale con la grazia di un grosso quadrumane.
Al negozio, dopo aver ghermito l’ultima confezione di cereali verso la quale una vecchietta esitante stava allungando una mano, si accorse di essere molto in ritardo sulla tabella di marcia.
“Quant’è?” chiese alla commessa in tono sbrigativo.
“Scusi, signora, c’ero prima io in fila!” la apostrofò un signore col berretto di lana ben calcato in testa.
“Non so di cosa parla! Non ho visto nessuna fila, e comunque ho fretta, io!”E senza più badare alle rimostranze del risentito cliente, pagò e uscì di corsa dal negozio, diretta a casa.
“Ecco, tesoro!I tuoi cereali al triplo cacao!” cinguettò Cheddonna.
“Non li voglio più. Ho mangiato la fetta al latte, il succo e tre kinder”.
“Oh, stella,! Ma ti basta? Sei sicuro di aver mangiato a sufficienza? Avrai assunto abbastanza calcio?”. Ma IlPrincipe era già corso ad accendere la TV, e non la sentiva più.
Miomarito, con l’accappatoio ancora addosso, si affacciò timidamente alla porta della cucina.
“Ciao cara, stai uscendo?” sbadigliò.
“Veramente sono appena rientrata, ma ora devo sbrigarmi, se voglio arrivare in tempo!Sai, la Fulvia mi sta già aspettando e non possiamo far tardi…”
“Certo, certo” considerò Miomarito con aria comprensiva.”E’ per una buona causa!”e tornò a rifugiarsi negli anfratti della cabina armadio matrimoniale.
Cheddonna era davvero in ritardo.
La Fulvia, kefiah d’ordinanza, clarks dei tempi del liceo e eskimo verde, la stava aspettando impaziente sotto casa.
“La manifestazione per la pace comincia fra un quarto d’ora!” disse. “Sei pronta?”.
“Tranquilla, giusto il tempo di fare un’ultima commissione!” e, arrancando pericolosamente sulle lastre di ghiaccio, ricordo della recente nevicata e maledicendo tra sé la negligenza dei netturbini, Cheddonna si avviò trionfante alla porta della lavanderia vicina a casa.
“Allora? E’ pronta la mia bandiera arcobaleno?”

Mese per mese