-Mi parli della sua infanzia.-aveva chiesto a Cheddonna la dottoressa Sakkama-Ria, durante l’ormai consueto appuntamento settimanale.-Sento che ci stiamo avvicinando a un nodo fondamentale.C’è qualche episodio  traumatico dei primi anni della sua vita che lei ricorda particolarmente?-

Cheddonna era rimasta per un po’ in silenzio. Pensava a tutte le volte che sua sorella Cheddolce, quando erano bambine, le aveva fatto i dispetti, o a quando le aveva rivelato che Babbo Natale non esiste, ma sentiva  che nessuno di quei ricordi, per  quanto spiacevoli, poteva davvero definirsi traumatico.

-Ci pensi bene. E’ molto importante.-

Nei primi anni della sua vita Cheddonna aveva frequentato un asilo gestito dalle suore, la cui missione principale, dopo la preghiera, era quella di insegnare le buone maniere ai piccoli alunni, come tenere correttamente le posate,  alzare la mano per chiedere la parola,  salutare per primi gli adulti e  ringraziare con un bel sorriso. Cheddonna, naturalmente, si distingueva dai compagni  per il suo innato senso del bon-ton, oltre che per la sua eleganza naturale, e dunque si era sempre trovata benissimo, eccetto quando era costretta a finire le carote crude, che detestava cordialmente.

Ora che ci pensava, però, un giorno era accaduto un fatto insolito.

Lo ricordava chiaramente: aveva quattro anni, si trovava nel giardino della scuola e stava mangiando una mela insieme ai suoi compagni. Suor Maria, una suora dal volto ridente e rotondo, ne aveva chiesto uno spicchio, e Cheddonna glielo aveva porto con un sorriso.

-Grazie!-aveva detto suor Maria, masticando rumorosamente lo spicchio di mela.

-Prego.-aveva risposto Cheddonna, compita.

Poi era successo. Suor Maria, sfoderando un sorriso a trentadue denti, aveva cantilenato:images

 -Del tuo prego, me ne frego!- ed era scoppiata in una grassa risata, che era esplosa come una bomba nella mente di Cheddonna,  lasciandola letteralmente interdetta.

-Certo, in quel momento la sua maestra, un’importantissima figura di riferimento per lei, con la sua risposta sgarbata le ha inferto una cocentissima delusione, minando le sue certezze di bimba, e questo spiegherebbe anche l’atteggiamento insofferente della paziente nei confronti delle autorità  religiose…Lo sapevo che ci stavamo avvicinando a un punto critico.-pensava tra sè la dottoressa  Sakkama-Ria, prima di restituire a Cheddonna la sua interpretazione.

Quest’ultima aveva il viso turbato, e si tormentava le mani.

-Capisce?- era sbottata, infine.-La suor Maria ha parlato con la bocca piena!-

 

 

 

 

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lob-93L’anno che stava per concludersi era stato, per Cheddonna, piuttosto intenso e ricco di accadimenti: la pubblicazione del suo libro di ricette e l’incontro  col grande Baldo Bracco, l’inizio di un percorso dentro se stessa e le proprie sindromi irrisolte, sotto la guida della dottoressa nippo-fiorentina Sakkama-Ria, e, infine, il piccolo incidente che le era costato la rottura di un dito e la conseguente rinuncia ad indossare il tacco dodici per i successivi due mesi. “Un anno controverso e affascinante, ma di certo non banale”, considerava tra sé, guardandosi nello specchio, mentre si preparava per il cenone di san Silvestro.

Era tutta elettrizzata al pensiero che finalmente, quella sera, avrebbe potuto nuovamente indossare un paio di scarpe tacco dodici, dopo quei lunghi mesi trascorsi “a livello del mare”.

Con un po’ di batticuore si era avvicinata all’immensa scarpiera che occupava uno dei lati lunghi della cabina armadio, e ne aveva aperto i battenti con dita tremanti, per scegliere il paio da indossare per l’occasione.

Dapprincipio non ci aveva fatto caso, intenta com’era a passare in rassegna le molteplici paia di scarpe ordinatamente riposte sui ripiani, poi lo sguardo le era caduto su uno spazio innaturalmente vuoto, proprio al centro della scarpiera.

Un urlo disumano era risuonato per tutto il palazzo, sovrastando il rumore dell’aspirapolvere che Lastregadisopra stava passando per la sesta volta, da quella mattina all’alba, e risvegliando NonnaNenna dal riposino pomeridiano. Perfino IlPrincipe, attraverso le cuffie che sparavano a mille le note di Eminem, l’aveva udito, ed era accorso.

-Nooooooo! Chi ha preso le numero Uno?-strillava Cheddonna, rovistando tra gli scaffali alla ricerca delle sue prime Louboutin del 1993, quelle che, da quasi un quarto di secolo, conservavano ancora, nella suola,  il rosso acceso del primo giorno.

Alle sue spalle si era formato un piccolo assembramento: Miomarito, IlPrincipe e NonnaNenna, seguita dalla badante, Corazon, cercavano di capire cosa stesse accadendo.

-Qualcuno sa dove sono finite?- aveva ruggito Cheddonna.-Sono sempre state qui!-aveva aggiunto poi, in tono dolente.

Ripensava all’ultima volta che ricordava di averle viste, due mesi prima. Quel giorno, di ritorno dall’ospedale col dito rotto, aveva aperto l’armadio e, in un accesso d’ira, aveva scagliato in un angolo le sue scarpe preferite, che  per tanto tempo non avrebbe potuto indossare.

-Ma certo, le avevo buttate lì, in quell’angolo…-si era illuminata, al ricordo, mentre il sorriso di Corazon, in piedi di fronte a lei, si spegneva.

-Credevo che le volesse dar via…-si era schermita la badante.-Così le ho messe in un sacco e stamattina le ho portate alla onlus “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità“, che regala scarpe ai pellegrini poveri che vogliono partire per il cammino di Santiago de Compostela…-

Un silenzio irreale aveva interrotto il brusio di poco prima.Tutti guardavano alternativamente Cheddonna e la malcapitata badante.

-Tu coooooosa?-aveva sbraitato Cheddonna, al colmo del furore.-Io ti…-

-Ehm…ehm…-aveva tossito NonnaNenna, togliendo la badante dalle grinfie della nipote -se le scarpe fossero state al loro posto tutto questo non sarebbe accaduto…-

Cheddonna non aveva potuto darle torto e, indossate al volo le prime Prada che le erano capitate sottomano, aveva infilato la porta di casa, diretta, come una furia, alla onlus “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità“, alla ricerca delle numero uno perdute…

carla-Adesso che ci penso, dottoressa, credo che tutto sia cominciato in quinta elementare, quando la mia maestra…-aveva esordito Cheddonna, nella seduta successiva.

-Mi parli di lei.-l’aveva incoraggiata la dottoressa Sakkama-Ria, versando il tè con i gesti lenti e rituali delle donne orientali e disponendo su un piattino dei cantucci alle mandorle.

Cheddonna aveva socchiuso gli occhi e, riandando con la memoria a quei giorni lontani, aveva cominciato a raccontare in maniera così vivida che alla dottoressa sembrava di essere lì con lei …

………………………………………………………………………………………………………………….-Buongiorno, bambini!-aveva trillato Lamaestrinadallapennarossoblù, sedendosi alla cattedra, posta su una pedana rialzata.Sul viso, contornato da boccoli biondi che avrebbero fatto invidia a un putto serpottiano, era dipinta un’espressione estatica, accentuata dal frequente battito delle lunghe ciglia. Le mani, affusolate e bianchissime, erano giunte sotto il mento, a suggerire l’importanza del momento.

-Ho corretto il dettato di ortografia: un vero disastro! -aveva detto, accentuando drammaticamente l’ultima parola, mentre una ruga diritta come un punto esclamativo si stagliava sulla sua fronte pallida.

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a-reboursDa quando aveva cominciato la terapia con la dottoressa Sakkama-Ria, la psicoanalista nippo-fiorentina che le aveva consigliato la Fulvia, Cheddonna aveva intrapreso un viaggio  a ritroso dentro se stessa  che le stava riservando parecchie sorprese.

-…e dunque, come le dicevo, potrei definirmi una persona tollerante e di larghe vedute. Una che “vive e lascia vivere”, come direbbe NonnaNenna…-aveva detto, un giorno.

La dottoressa Sakkama-Ria l’aveva guardata in silenzio, continuando a potare il ginepro bonsai che teneva sul tavolino dello studio, poi le aveva domandato:-Ma è proprio sicura che un c’è nulla che la disturba, qualche volta?-

“Che non CI SIA nulla che la DISTURBI”, pensava Cheddonna, arricciando il naso.

-Uhm…non credo.-

-Vorrei che si sforzi a pensare…Nemmeno se un automobilista, fori la scola, le ruba il parcheggio?-

“Vorrei che si SFORZASSE! Fuori DALLA scuola!”, pensava Cheddonna, che cominciava ad alterarsi.

-Be’, forse un po’…-aveva ammesso, di malumore.

-O quando i’ su figliolo è for di casa e non gli risponde al telefonino…-

-LE RISPONDE! NON  GLI!-aveva gridato Cheddonna, che non era riuscita a trattenersi.

La dottoressa Sakkama-Ria, imperturbabile, aveva continuato ad armeggiare con le forbicine intorno al bonsai. Poi, finalmente, sollevando lo sguardo su Cheddonna, le aveva sorriso.

-Come immaginavo! Ho voluto metterla alla prova; lei soffre di un disturbo sempre più raro, al giorno d’oggi:la “sindrome del grammar-nazi”, o del “linguista pedante” e, da quello che ho potuto  vedere, anche in forma piuttosto acuta.-

Cheddonna era impallidita.

-E’ grave, dottoressa?-aveva domandato, preoccupata.

-Non vorrei spaventarla, ma nel 95% dei casi si tratta di un disturbo cronico, che può essere curato e parzialmente contenuto nei suoi sviluppi più devastanti.E’ fondamentale la prevenzione, che deve cominciare da piccini.Nelle prossime sedute dovremo senz’altro indagare su alcuni episodi del suo passato che possono aver determinato in lei un forte imprinting…

Cheddonna aveva ascoltato in silenzio, mentre la sua mente tornava indietro di molti anni, quando frequentava la quinta elementare… (continua)

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