La  mattina della sesta giornata, il sole aveva ricominciato a scaldare l’aria, perciò Cheddonna aveva invitato la brigata ad accomodarsi in giardino, dove di lì a  poco li avrebbe raggiunti il re.

Dopo essersi seduto sullo scranno reale, Miomarito aveva iniziato a raccontare:

-Un mio conoscente, sposato da poco, aveva una moglie che si dilettava segretamente di poesia.  Ogni giorno la donna componeva versi, perlopiù in rima baciata, del tipo “cuore/amore”, per intenderci. Poesie lunghissime e, francamente, orribili, come ho avuto modo di constatare di persona. – aveva sospirato.

-Dopo qualche tempo la signora aveva scritto quasi un centinaio di poesie, così, un giorno, decise di  farle stampare e di  regalare una copia del libro al marito, per fargli una sorpresa.

Il marito l’aveva ringraziata e, la sera stessa, prima di dormire, aveva cominciato a leggere il libriccino, sotto lo sguardo attento  della moglie, che fingeva di leggere a sua volta, ma in realtà teneva d’occhio le sue reazioni.

-Erano tanto brutte, quelle  poesie?-aveva domandato Cheddonna, a cui non pareva di aver mai sentito Miomarito raccontare quella storia prima d’allora.

-Brutte sì, bruttissime, ma per fortuna il mio  conoscente è un uomo poco espressivo, uno che non fa trapelare le emozioni, perciò la moglie non si era accorta dello sconcerto che lo aveva assalito, man mano che proseguiva nella lettura. Ma a un certo punto lei non riuscì più  a trattenersi, e gli domandò come avesse trovato le sue poesie…-

-E lui cosa le rispose?-avevano domandato in coro tutti i  presenti.-

Miomarito aveva fatto un sorrisetto misterioso, poi, imitando la voce del suo conoscente, aveva esclamato:- Mia  cara, le tue poesie sono, come dire? Indimenticabili!-

-Genio!-aveva esclamato Cheddolce, che era discretamente versata nell’arte della dissimulazione.

-Come salvare capra e cavoli!-aveva commentato NonnaNenna, con la saggezza popolare che la contraddistingueva.

-Un fulgido esempio di ingegno e diplomazia, degno di un gesuita!- aveva aggiunto Loziovescovo, ammirato.

-La solita paraculaggine dei maschi…-aveva sbuffato la Fulvia.

Ma, alla fine,  tutti avevano finito col sorriderne.

Cheddonna, invece, era un po’ perplessa. Quando lei aveva pubblicato “Q.B.”, il suo libro di ricette di cucina di sussistenza, il commento di Miomarito non era stato lo stesso? (continua)

 

 

 

Il giorno  seguente era scoppiato un forte temporale, e l’allegra  brigata aveva dovuto rinunciare ancora a riunirsi in giardino.

Loziovescovo, re della quinta giornata, si era fatto portare da una delle aule dismesse del piano di sopra una cattedra, con tanto di pedana rialzata, e vi si era accomodato, stando bene attento a non sciupare la perfetta piega della talare, nel sedersi.

-Fratelliiii  e sorelleee, siamo qui riuniti…-aveva cominciato, inserendo la modalità “vibrato”.

-Dem, su, non siamo mica in chiesa!- lo aveva rimproverato NonnaNenna che, essendo sua sorella, poteva permettersi una certa confidenza.

Lievemente infastidito per l’interruzione, Loziovescovo si era schiarito la voce e aveva ripreso:- Come sapete, il tema di oggi è la felicità ottenuta dagli amanti dopo avventure straordinarie.Oggi vi narrerò la storia di due giovani fidanzati che avevano deciso di sposarsi, ma…-

-Ma lei lo lascia perché scopre che lui ha un’altra,- aveva commentato Lastregadisopra,-come Quelverme!-

-No, no, lei lo lascia perché lui è un maschilista retrogrado,- l’aveva corretta la Fulvia, scuotendo la testa.

-Forse lui l’ha lasciata perché ha capito di amare un altro uomo…-aveva ipotizzato L’altrozio, sorridendo.

-Come dicevo,-aveva ripreso Loziovescovo, dopo aver fulminato tutti e tre con lo sguardo,-i due giovani avevano già fissato  la data del matrimonio e tutto era pronto, quando un grave impedimento dirimente giunse a sconvolgere i loro progetti.

-Chiedo scusa, Loziovescovo, la storia per caso si svolge in Lombardia?-era intervenuto Miomarito, che aveva subito mangiato la  foglia.

-Sì, per la precisione tra le province di Lecco, Bergamo e Milano, perché?- aveva domandato Loziovescovo, sorpreso da quella domanda.

-Niente, niente, continui, la prego…-aveva risposto Miomarito, con un sorrisetto d’intesa.

-Un uomo potente aveva deciso  che quel matrimonio non si sarebbe dovuto  celebrare e il sacerdote, ahilui, aveva dovuto chinare il capo e ubbidire, poi l’epidemia aveva fatto il resto…-

-E il lazzaretto, i bravi, la monaca di Monza…-aveva elencato Miomarito a Cheddonna, sottovoce.-Certo che tuo zio avrebbe potuto scegliere una storia più originale, invece di copiare i Promessi sposi…-

-Ma poi si sono sposati, vero?-aveva domandato Laluisa, che non avrebbe potuto sopportare un’altra storia senza lieto fine, dopo quella de Lastregadisopra.

-Non ancora, ma l’ultimo Dpcm del Presidente Conte prevede la possibilità di  celebrare funerali e matrimoni a porte chiuse, nel rispetto delle distanze di sicurezza e con l’uso degli appositi presidi, perciò il prossimo otto maggio, i due giovani saranno finalmente uniti in matrimonio! Tutto è bene quel che finisce bene!- e, con un gesto regale, Loziovescovo aveva congedato i presenti, dopo aver designato Miomarito come re della sesta giornata. (continua)

 

 

Ogni anno, verso la  fine di aprile, Cheddonna si metteva in ascolto. Tra i cinguettii degli uccellini tornati  a nidificare sugli alberi di un terreno confinante con il condominio, uno in particolare le annunciava senza alcun dubbio l’arrivo della primavera: l’allegro “Cucù” del cuculo. Ogni volta che lo sentiva, a Cheddonna tornava in mente la canzoncina che le cantava NonnaNenna quando lei era bambina:

“Cucù, cucù, aprile non c’è più, è ritornato maggio al suono del cucù.”

Un ricordo  tenero, che lei aveva voluto trasmettere anche a IlPrincipe, canticchiandogli, ogni anno, per tutti i diciannove anni della sua vita fino a quel momento, la stessa nenia.

Anche quell’anno, a maggio ormai iniziato, a  Cheddonna era tornata in mente, e ogni tanto la ripeteva a bassa voce, a mo’ di tormentone. A volte spalancava le finestre e tendeva l’orecchio: rombi di motori, stridio di frenate, il vociare di qualche pedone che passava sotto il condominio, ma del verso del cuculo nemmeno l’ombra.

-Strano, siamo  al sei di maggio e ancora nulla…come mai?-aveva domandato preoccupata a Miomarito, una volta che erano seduti a tavola.

-Eh cara, da quando hanno tagliato tutti quegli alberi per costruire  il nuovo palazzo, gli uccelli non vanno più là a nidificare, e il cuculo non ha più nidi da occupare abusivamente…-

Cheddonna ci era rimasta male, IlPrincipe aveva segretamente esultato perché così sua madre avrebbe finalmente smesso di canticchiare quella  canzoncina da dementi, e Miomarito, per consolarla, le aveva regalato un orologio a Cucù.

Cheddonna lo aveva subito appeso in cucina e allo scoccare dell’ora si incantava a guardare  l’uccellino meccanico che, uscendo da una porticina di legno, faceva cucù per il corrispondente numero di volte.

L’aveva ammirato, compiaciuta, anche prima di andare andare a dormire, e già sentiva un po’ meno la mancanza del cucù in carne e ossa.

A mezzanotte, nel dormiveglia, ne aveva ascoltato il richiamo silvestre, inframmezzato dal poderoso russare di Miomarito,  alla una pure, alle due, alle tre e alla quattro anche.

Alle cinque, senza mai essere riuscita a chiudere occhio, si era alzata in punta  di piedi e percorrendo il corridoio a piccoli passi, sulle sue babbucce tacco dodici, si era diretta in cucina, intenzionata a disattivare il meccanismo dell’orologio a cucù, nella speranza che Miomarito non se ne avesse a male, dal momento che era stato lui a regalarglielo, ma aveva trovato l’uccellino penzolante fuori dalla porticina dell’orologio, ormai esanime. Qualcuno doveva averla preceduta, ma chi?

Miomarito? In effetti, quando si era alzata, non l’aveva trovato, tastando la sua metà del letto, ma forse era semplicemente andato in bagno. Oppure IlPrincipe? Uscendo dalla sua stanza, poco prima, a Cheddonna era sembrato che in camera de IlPrincipe si spegnesse di colpo la luce, ma forse se lo era solo immaginato. NonnaNenna no di certo, sorda com’era quando toglieva l’apparecchio acustico, di notte.

-Poveretto,-pensava Cheddonna, considerando che il povero uccellino meccanico aveva esalato il suo ultimo cucù,-ha fatto proprio una brutta fine, ma almeno il vero cuculo di notte stava zitto!-

 

-Una passeggiata semplicissima, quasi tutta in piano, un paio d’ore di puro relax tra ruscelli gorgoglianti e dolci pendii erbosi.-le aveva promesso Miomarito, col linguaggio da depliant turistico che sfoderava quando voleva convincerla a seguirlo.-

Lei convinta del tutto non era, ma IlPrincipe, in un insolito slancio d’affetto, l’aveva presa sottobraccio, trascinandola letteralmente con sè, e si sa che a un figlio non si può dire di no, soprattutto se, da buon adolescente, di solito si limita a grugnire in tono poco amichevole.

Così Cheddonna, dopo aver acquistato un completo da arrampicata, con tanto di corde, moschettoni e un paio di scarponcini fucsia che erano proprio un amore, aveva seguito marito e figlio sul sentiero  diretto al “Lac negher”, 2260 metri sul livello del mare.

-Uhm…settecento metri di dislivello…-pensava Cheddonna, -i casi sono due: o non ci vogliono soltanto due ore, oppure…- ma la risposta non aveva tardato ad arrivare, appena dopo il delizioso boschetto di larici, dove il sentiero, senza avvisare, si faceva irto come una scalinata, senza uno straccio di red carpet, per giunta.

Ma ormai era tardi per tornare indietro, anche perché, col suo scarso senso dell’orientamento, Cheddonna avrebbe faticato non poco a ritrovare la strada dell’hotel, così  non le era rimasto che continuare l’ascesa, facendo buon viso a cattiva sorte.

Dopo un tempo che Miomarito e IlPrincipe avevano quantificato in tre ore e settecento calorie bruciate, e a Cheddonna era  sembrato infinito, sebbene l’idea delle settecento calorie perdute l’avesse parzialmente consolata, il trio era finalmente giunto a destinazione: un laghetto di forma circolare,-Di sicura origine glaciale-aveva chiosato Miomarito, benché col riscaldamento globale non fosse rimasto molto né del ghiacciaio né del lago, in effetti.

Intorno: nessuno.

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