La televisione, la sera dopo il festival di Sanremo, trasmetteva immagini dei cantanti in gara, soffermandosi su quelli che, a vario titolo, avevano maggiormente movimentato la kermesse.

Cheddonna e NonnaNenna, sedute vicine sul divano, stavano commentando le varie acconciature e le mise più eleganti, quando sullo schermo era apparso un ragazzo dal volto emaciato e costellato di tatuaggi, come il resto del corpo, che la tutina  glitterata color carne in cui era avvolto lasciava intravvedere.

-Ah, Achille Lauro-, aveva commentato IlPrincipe, passando di lì, prima di tornare nella sua camera a guardare il Derby.

-Mamma mia!-aveva esclamato NonnaNenna, saltando sul divano.

-Eh già, già…

-Ma guarda che roba!

Chedddonna scuoteva la testa: -Infatti! Oltre tutto, senza l’autotune, è pure stonato!

NonnaNenna non riusciva a staccare gli occhi dallo schermo, come ipnotizzata dallo sguardo malinconico di quell’apparizione surreale.

-È fortissimo!- aveva commentato, alla fine del filmato.

Cheddonna si era voltata verso di lei, interdetta.

-Come hai detto? Ti piace?

-Eccome!

-Ma… NonnaNenna…-aveva esclamato Cheddonna debolmente, mentre la quasi centenaria, dopo averle dato la buonanotte, si dirigeva verso la sua camera, appoggiandosi al bastone da passeggio e canticchiando: “me ne fregoooo, ullallà!” a squarciagola.

La sala era gremita di persone, quasi tutte oltre i sessant’anni, oltre a qualche sparuto gruppo  di giovani.

NonnaNenna era arrivata da poco, insieme alla Zaira, all’Elvezia e all’Armida, e si guardava intorno impaziente di cominciare. Provava un misto di eccitazione e di senso di colpa per essere andata in quel luogo di nascosto da sua nipote Cheddonna, come del resto faceva ogni volta che usciva insieme alle amiche del N.O.N.N.A.

-Mi dia cinque biglietti, per favore!-aveva chiesto, impaziente, all’uomo dietro il bancone. La Zaira, l’Elvezia e l’Armida l’avevano imitata, e poi si erano sedute a un tavolino, in attesa.

NonnaNenna non stava più nella pelle, e a ogni nuova estrazione tratteneva il fiato per l’emozione di vedere cosa avesse vinto.

Aveva comprato altri cinque biglietti, e poi altri dieci, finché la Zaira, preoccupata per la strana luce che le aveva visto negli occhi, non le si era avvicinata, con l’intenzione di sussurrarle qualcosa nell’orecchio, ma, essendo NonnaNenna un po’ sorda, aveva finito con l’esclamare a gran voce: -NON CREDI  CHE SIA ORA DI ANDARE A CASA?

-Ancora uno, uno soltanto!-aveva protestato NonnaNenna, mentre la Zaira la trascinava via per un braccio.

-Tutte le volte la stessa storia!Ma si può sapere almeno cosa hai vinto, stavolta?

NonnaNenna si era illuminata, mentre, uno dopo l’altro, estraeva da un grosso sacco della spesa tre paia di mutande taglia XXL, due centrini di lana fucsia, un asciugacapelli a pile, un set simil-oro da unghie quasi nuovo e innumerevoli altri oggetti, tutti ugualmente buoni per un museo del Kitsch.

La Zaira aveva scosso la testa, domandandosi come avrebbe fatto NonnaNenna a nascondere quel malloppo agli occhi acuti di Cheddonna, una volta arrivata a casa.

-Queste Pesche di beneficenza sono un’autentica rovina!- aveva esclamato la Zaira, lanciando a NonnaNenna uno sguardo di disapprovazione -la prossima volta andiamo alla sala Slot.

 

Ogni anno, verso la  fine di aprile, Cheddonna si metteva in ascolto. Tra i cinguettii degli uccellini tornati  a nidificare sugli alberi di un terreno confinante con il condominio, uno in particolare le annunciava senza alcun dubbio l’arrivo della primavera: l’allegro “Cucù” del cuculo. Ogni volta che lo sentiva, a Cheddonna tornava in mente la canzoncina che le cantava NonnaNenna quando lei era bambina:

“Cucù, cucù, aprile non c’è più, è ritornato maggio al suono del cucù.”

Un ricordo  tenero, che lei aveva voluto trasmettere anche a IlPrincipe, canticchiandogli, ogni anno, per tutti i diciannove anni della sua vita fino a quel momento, la stessa nenia.

Anche quell’anno, a maggio ormai iniziato, a  Cheddonna era tornata in mente, e ogni tanto la ripeteva a bassa voce, a mo’ di tormentone. A volte spalancava le finestre e tendeva l’orecchio: rombi di motori, stridio di frenate, il vociare di qualche pedone che passava sotto il condominio, ma del verso del cuculo nemmeno l’ombra.

-Strano, siamo  al sei di maggio e ancora nulla…come mai?-aveva domandato preoccupata a Miomarito, una volta che erano seduti a tavola.

-Eh cara, da quando hanno tagliato tutti quegli alberi per costruire  il nuovo palazzo, gli uccelli non vanno più là a nidificare, e il cuculo non ha più nidi da occupare abusivamente…-

Cheddonna ci era rimasta male, IlPrincipe aveva segretamente esultato perché così sua madre avrebbe finalmente smesso di canticchiare quella  canzoncina da dementi, e Miomarito, per consolarla, le aveva regalato un orologio a Cucù.

Cheddonna lo aveva subito appeso in cucina e allo scoccare dell’ora si incantava a guardare  l’uccellino meccanico che, uscendo da una porticina di legno, faceva cucù per il corrispondente numero di volte.

L’aveva ammirato, compiaciuta, anche prima di andare andare a dormire, e già sentiva un po’ meno la mancanza del cucù in carne e ossa.

A mezzanotte, nel dormiveglia, ne aveva ascoltato il richiamo silvestre, inframmezzato dal poderoso russare di Miomarito,  alla una pure, alle due, alle tre e alla quattro anche.

Alle cinque, senza mai essere riuscita a chiudere occhio, si era alzata in punta  di piedi e percorrendo il corridoio a piccoli passi, sulle sue babbucce tacco dodici, si era diretta in cucina, intenzionata a disattivare il meccanismo dell’orologio a cucù, nella speranza che Miomarito non se ne avesse a male, dal momento che era stato lui a regalarglielo, ma aveva trovato l’uccellino penzolante fuori dalla porticina dell’orologio, ormai esanime. Qualcuno doveva averla preceduta, ma chi?

Miomarito? In effetti, quando si era alzata, non l’aveva trovato, tastando la sua metà del letto, ma forse era semplicemente andato in bagno. Oppure IlPrincipe? Uscendo dalla sua stanza, poco prima, a Cheddonna era sembrato che in camera de IlPrincipe si spegnesse di colpo la luce, ma forse se lo era solo immaginato. NonnaNenna no di certo, sorda com’era quando toglieva l’apparecchio acustico, di notte.

-Poveretto,-pensava Cheddonna, considerando che il povero uccellino meccanico aveva esalato il suo ultimo cucù,-ha fatto proprio una brutta fine, ma almeno il vero cuculo di notte stava zitto!-

 

Nella parrocchia di don Travet, dopo anni di assoluto immobilismo, erano in corso grandi cambiamenti.

Il giorno di Ognissanti, accanto al parroco, sull’altare, c’erano due nuovi sacerdoti: uno giovanissimo, di recente ordinazione, l’altro decisamente più anziano.

-Cari fratelli, -aveva esordito don Travet, guardando l’orologio, – vi presento i nuovi sacerdoti che da oggi in poi mi affiancheranno nella pastorale parrocchiale: don Tavor e don Jok. A. Jouer. Io non posso trattenermi perché ho un incontro con Sua Eccellenza Loziovescovo, perciò saranno loro a concelebrare la santa messa di oggi.

E, così dicendo, don Travet si era rapidamente eclissato, sfrecciando via sulla sua cabriolet nuova fiammante, non prima di essere passato dalla casa parrocchiale a prendere le mazze da golf.

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A poche settimane dal 4 marzo, il dibattito all’interno del M.A.M.A. si era fatto serrato: dopo la scelta -ça va sans dire- di Cheddonna come candidata premier, era venuto il momento di stilare una lista dei possibili, futuri ministri.

-Ministre! – aveva corretto la Fulvia, stizzita.

-Ehm, ehm…scusate, ma la grammatica non è un’opinione! – era saltata su, piccata, Lamaestrinadallapennarossoblù, l’anziana insegnante delle elementari di Cheddonna, invitata per l’occasione -Trattasi di sostantivo maschile. Al massimo “ministressa”, per quanto cacofonico… –

-Buuuh! Retrograda! Si aggiorni!- l’avevano fischiata le altre.

Cheddonna era intervenuta a sedare gli animi, riportando, per fugare ogni dubbio, una dichiarazione della presidente della Crusca che incoraggiava l’uso del sostantivo al femminile.

Lamaestrinadallapennarossoblù si era ritirata sull’Aventino, poco convinta e un tantino offesa, e Cheddonna stava  tentando invano di porre rimedio all’incresciosa situazione, quando era intervenuta Brunilde, una nuova iscritta con una grande passione per i classici greci e latini. 

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