“Le gocce cadono ma che fa, se ci bagniamo un po’ domani il sole ci potra’ asciugar. Non si rovina il frac, le scarpe fan cic ciac, seguiam la strada del destin”
Il motivetto che Nonnanenna canticchiava quando Cheddonna era bambina continuava a tornarle in mente come un tormentone. Ma si chiedeva, guardando le previsioni del tempo che davano pioggia per l’intera settimana, quando sarebbe arrivato “domani”.

Nonostante fosse aprile già da qualche giorno, l’albero di pesco tanto caro a NonnaNenna tardava a vestirsi di rosa. Il cielo, color asfalto,  faceva uno strano contrasto con i colori decisi delle primule, esposte sui balconi a mo’ di  rito propiziatorio, ad evocare la primavera.

Cheddonna, costretta in casa da un’influenza anch’essa fuori stagione, guardava il mondo fuori dalla finestra, lieta, per una volta, di non dover uscire, e si godeva quel supplemento di inverno casalingo, fatto di tè bollente e di copertina calda. Eppure si sentiva stonata: fuori luogo e fuori tempo. Sentiva che il suo corpo e la sua anima, come i fiori là fuori, avevano bisogno di luce e calore, che quell’inverno protratto aveva qualcosa di innaturale, di stonato, appunto.
Un uccellino, che si era posato sull’albero del giardino condominiale, doveva pensarla allo stesso modo; il suo cinguettio, dapprima debole e incerto, era diventato  via via più risoluto, quasi prepotente.
Suonava come un ultimatum rivolto verso il cielo: ridateci la primavera!

L’esito  dell’ultimo conclave sembrava aver messo tutti d’accordo: il nuovo pontefice piaceva proprio a tutti.
Piaceva  a Nonnanenna,(ma lei non faceva testo, perchè aveva ammirato tutti papi che aveva incontrato lungo quasi un secolo di vita), piaceva a Cheddonna, che pure gli rimproverava l’evidente sovrappeso e una certa sciatteria nel vestire, piaceva perfino alla Fulvia, alla quale non sembrava vero di poter avere un papa latino-americano, e sufficientemente di sinistra.
Eppure, in mezzo al tripudio generale, vi era anche chi guardava con apprensione all’insediamento del nuovo successore di Pietro. Quando quell’omone vestito di bianco si era affacciato  al balcone, senza la stola e il camauro e con una modesta croce di ferro al collo, Loziovescovo era sobbalzato sulla sedia, agitato da sinistri presagi.
Quando poi, nei giorni seguenti, lo aveva visto   prendere il pullman insieme ai cardinali, pagare personalmente il conto dell’albergo e stringere le mani alla gente dopo la messa, per di più indossando un paio di vecchie scarpe nere, aveva realizzato che niente sarebbe più stato come prima.
Il colpo di grazia, però, era stata la scelta dell’anello del pescatore in argento dorato. “D’argento, capisci?”aveva detto a sua nipote Cheddonna in una lunga telefonata di sfogo. “e adesso vedrai che ordinerà anche per i vescovi  anelli d’argento e pastorali di legno! E ci farà vestire di tela di sacco! Di questo passo dove andremo a finire?”
Loziovescovo non era l’unico ad essere preoccupato; anche per Don Travet, il parroco che in gioventù era stato suo segretario, quel papa così  diretto, così “sulla strada”, era un esempio troppo concreto per poter essere ignorato.Sentiva, in cuor suo, che il tempo delle mezze misure era finito per sempre.

La data fatidica era finalmente arrivata: il 21 gennaio erano state ufficialmente dichiarate aperte le iscrizioni on line a tutti gli ordini scolastici. Cheddonna, come la maggior parte delle mamme di sua conoscenza, era prontissima. Dopo essere saltata giù dal letto di buon mattino, aveva cercato di connettersi al sito del Ministero, per compilare per prima la domanda, bruciando sul tempo tutte le altre.
“Liceo scientifico” aveva provato a digitare, ma la connessione era insolitamente lenta e il tempo passava senza che lo schermo mostrasse il minimo cambiamento. “Ecco, lo sapevo” ripeteva nervosamente tra sè. “Il sito è già intasato di richieste!”
“Eh!La scelta della scuola è sempre un salto nel buio…”diceva NonnaNenna passando nel corridoio e vedendo la nipote così affannata.
Intanto, dopo una mattinata trascorsa in tentativi vani, si era fatta l’una e mezza e  IlPrincipe, tornato da scuola, si era fermato a vedere cosa stesse facendo sua madre impalata davanti al computer e, alla sua richiesta di spiegazioni, Cheddonna aveva risposto, con un sorriso tirato: “Sto cercando da ore di iscriverti al liceo scientifico, tesoro!”
“Oh, ma non occorre” aveva risposto lui, con un sorriso serafico, “mi sono già iscritto io stamattina prima di andare a scuola…al liceo artistico.
Cheddonna rimase con la bocca aperta per un tempo imprecisabile, poi guardò IlPrincipe, quel ragazzo di cui credeva di conoscere ogni più recondito pensiero, sentendosi un po’ tradita, e un po’ orgogliosa.

Un tempo le capitava spesso.
Bastava un cielo  un po’ troppo grigio, le parole di una canzone ascoltata già mille altre volte, un sorriso non ricevuto e Cheddonna scivolava, quasi senza accorgersene, in una sorta di nebbia pesante e appiccicosa di sensazioni incerte e di sentimenti dai contorni sgranati.
Da lì il mondo le appariva come da dietro l’obiettivo della sua macchina fotografica: un paesaggio vuoto di lei.
Quei momenti, visti da fuori, sembravano solo il lieve accentuarsi di un innato snobismo, che l’ottima educazione ricevuta non avrebbe mai lasciato trasformarsi in scortesia. Nient’altro che nuvole passeggere, leggere come bolle di sapone.
Eppure in quei momenti non c’era niente di più distante e di più irraggiungibile, di più ermeticamente chiuso di lei: una bolla di puro acciaio.
Finiva com’era cominciata: senza avvisare, e lasciandola con una sensazione di freddo alle ossa.
Per fortuna, ora, non capitava quasi più.

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