downloadAveva un paio di scarponi  pesanti, dei pantaloni scuri di fustagno e una giacca a vento marrone, di una taglia appena un po’ grande per la sua corporatura minuta.Camminava svelto e deciso, col passo di chi sa dove sta andando, e rischia di far tardi.  La cosa strana era che c’erano trentacinque gradi, era giugno, e tutti gli altri, intorno, facevano a gara a chi riusciva a togliersi più vestiti senza rischiare l’arresto.
Lui, i vestiti, se li portava addosso, uno sull’altro, primavera, estate, autunno e inverno. Troppo pericoloso lasciarli da qualche parte: qualcuno pronto a prenderseli c’era sempre e non era facile procurarsene altri.
Vedendoselo venire incontro sul marciapiede Cheddonna finse di avere un’ottima ragione per attraversare la strada, mettendo tra lei e quello strano sconosciuto il traffico dell’ora di punta.
Lui se ne accorse, forse, ma continuò per la sua strada come se niente fosse, come chi da troppo tempo ha imparato a portarsi il mondo addosso.

A volte Cheddonna si sentiva come Giovanni Drogo alla fortezza Bastiani: in attesa che qualcosa accadesse.
Non per forza qualcosa di brutto, certo,  ma non sapeva esattamente cosa, nè quando;  solo era certa che dovesse, inevitabilmente, accadere.

Alle otto e trenta del mattino, dopo aver accompagnato i figli, le mamme della  scuola si riunivano al bar di fronte per concedersi un meritato caffè.
“Tesorooo, ma tuo figlio ha già deciso cosa farà dopo le medie?” era la domanda cult del momento.
“La mia farà il linguistico; senza le lingue, soprattutto l’inglese, al giorno d’oggi non si va da nessuna parte! E, oltre tutto, è a due passi da casa!” esclamò Lastregadisopra, battendo le altre sul tempo.
“Il mio lo iscrivo a ragioneria- intervenne Laluisa- il posto in banca è l’unico sicuro, di questi tempi, si sa!”
“Ma vuoi mettere il classico, come ti apre la mente? Quando si è trattato di iscrivere La Kikk@  io e Giannicaro non abbiamo avuto dubbi” dichiarò Cheddolce, con giudizio inappellabile.
“E il tuo?-chiesero tutte in coro a Cheddonna, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
“Mah, veramente non ha ancora deciso…è solo in seconda media, non mi ha ancora detto cosa vorrebbe fare, forse gli piacerebbe…-cominciò a dire, ma lo sguardo incredulo e colmo di muta disapprovazione delle altre la convinse a fare marcia indietro.
“E’ molto portato per la matematica. Lo scientifico, senza dubbio.”

Quella mattina Cheddonna, come al solito, si era alzata a preparare la colazione per Ilprincipe e Miomarito, che erano usciti di casa molto presto. Aveva richiuso la porta alle loro spalle e si era avviata verso una giornata colma di impegni pianificati e incastrati tra loro alla perfezione, come solo lei sapeva fare
Aveva  già scelto cosa indossare e come truccarsi, ma per quanti sforzi facesse non riusciva ad iniziare da nessuno di quei gesti consueti, e si limitava a spostarsi, inconcludente, per casa, con la strana sensazione  di girare a vuoto.Poi aveva aperto una finestra e guardato fuori: di colpo novembre sembrava essersi inghiottito la primavera ormai più vicina all’estate, e l’aria fredda che sferzava le rose fece rabbrividire anche lei.
Decise che, per un paio d’ore, il mondo avrebbe fatto a meno di lei, e tornò  sotto le coperte, riflettendo sul fatto che, probabilmente, stava diventando meteoropatica.

Era stato il segretario personale di Sua Eccellenza, Loziovescovo, quando era soltanto un giovane pretino  la cui esperienza del mondo era inversamente proporzionale alla voglia di cambiarlo. Pacificamente, si intende.
Poi, col passare degli anni, i viaggi e gli studi lo avevano portato a conoscerlo davvero, quel mondo, e a concludere che non sarebbe stato lui  l’artefice del suo cambiamento. E probabilmente nessun altro.
Così era approdato, allo scoccare dei cinquant’anni, in una  parrocchia di una  città del nord Italia, che contava più di seimila persone, sebbene le  anime   fossero probabilmente  molte meno.
Un quartiere di media grandezza, abitato da gente della classe media, con vite e problemi medi.
L’ideale per chi, come lui,  era giunto alla conclusione che gli estremi non portano a nulla, e che, dopotutto, i latini avevano ragione nel dire che in medio stat virtus.
Gli piaceva soprattutto sapere che in quel luogo a metà strada tra il bene e il male non avrebbe mai più dovuto lottare, indignarsi, realizzare dei progetti; vivere sarebbe bastato.
Qualche messa alla domenica, tutt’al più un battesimo, un matrimonio o un funerale, di tanto in tanto. Cose così.
Aveva anche stabilito degli orari per le confessioni e per il ricevimento dei fedeli, ma tanto non veniva quasi mai nessuno.
Solo una volta, ad un’ora insolita, gli aveva suonato il campanello un ragazzo,-“Don Travet, ho bisogno di parlarle!”-aveva detto, ma l’orario di ricevimento era finito da un pezzo e lo aveva invitato a presentarsi l’indomani, dalle 14 alle 16. Non era più tornato.Certo non era niente di importante.
Di tempo gliene restava tanto, ed egli lo impiegava per approfondire l’esegesi dei testi sacri e citarli poi nelle omelie, pratica in cui eccelleva sicuramente.
Peccato che, ad ascoltarlo, ci fossero sempre le stesse facce che aveva trovato al suo arrivo, e forse qualcuna in meno…
Una volta, quando era molto più giovane, qualcuno gli aveva chiesto come avesse fatto ad accorgersi di avere la vocazione, ma allora lui aveva eluso la domanda per pudore, per timidezza… ora, guardandosi allo specchio, si accorgeva di non sapere più la risposta.

Mese per mese