A Nonnanenna piacevano le mezze stagioni o, per meglio dire, quei brevi assaggi di primavera e autunno che inframezzavano, ormai da molti anni, estati e inverni troppo lunghi.
Trovava straordinari i colori, i profumi e la vitalità proprompente delle fioriture primaverili; la commuovevano le tinte accese e caldissime della natura morente, in autunno.
Accompagnata dalla badante, usciva per brevi passeggiate intorno a casa ed era un continuo fermarsi per ammirare l’improvvisa esplosione di colori che cambiava il volto della città, o i fiori minuscoli che, a chiazze colorate, spuntavano perfino tra le spaccature del marciapiede.
Il suo preferito era il pesco della casa di fronte. Ne spiava con impazienza la fioritura dal balcone, scorgendo le gemme sempre più gonfie e pronte a schiudersi, fino alla completa apertura.
Quando il piccolo albero si riempiva di fiori rosei Nonnanenna sapeva che la primavera era davvero iniziata, e si sentiva come quando era bambina, nel grande giardino della casa in cui era cresciuta.
“E’ perfetto così com’è in questo momento” pensava tra sè, ammirando quella nuvola di un rosa sfolgorante.
Il giorno dopo, passandogli accanto, non lo guardava più; vedere le foglioline verdi prendere prepotentemente il posto dei petali le provocava uno strano fastidio, un rimpianto che non si sapeva spiegare. Era come se qualcosa si fosse rotto. Era come un addio.
Ma bastava che un po’ di vento sollevasse da terra i petali caduti e glieli facesse turbinare intorno, o che si accorgesse di camminare su un enorme tappeto rosa per scacciare ogni malinconia.

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Come ogni anno qualcuno gliela aveva regalata, con un sorriso e un augurio avvolti nel cellophane. Come ogni anno aveva ringraziato e sorriso, divertita dalla sua  forma bizzarra e vaporosa, dal suo color evidenziatore, e aveva pensato  che era un peccato  avesse quell’odore così stonato.

Come ogni anno aveva cercato un vaso che ne esaltasse la forma e l’aveva posto in bella vista, sul tavolo.

E, come ogni anno, la mattina dopo l’aveva trovata indurita e spenta, come una lampadina bruciata:lo spettro di  un fiore.

Nel gettarla via Cheddonna pensava che la mimosa era uno scherzo  di carnevale in ritardo, o un pesce d’aprile anticipato…un imbroglio, insomma, come quell’otto marzo che, per fortuna, anche per quell’anno era passato.

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A Cheddonna non erano mai piaciuti i cantautori. Li trovava insopportabilmente noiosi, sempre tesi ad apparire intelligenti ad ogni costo, seri al limite della musoneria: vecchi, in una parola.
Lei era senza dubbio molto più rock: le piacevano quelle canzoni di cui non sempre riusciva ad afferrare tutto il testo, ma forse  così era anche meglio.
Eppure le canzoni di quel nanetto con gli occhiali, dalla voce  graffiante come la puntina di un giradischi, erano, suo malgrado, parte della colonna sonora della sua vita fin da quando era bambina.
Non poteva definirsi una sua ammiratrice, ma…sì, in fondo quell’omino “piccolo così” le era simpatico, forse per quei suoi occhietti curiosi e dissacranti, forse per la sua ironia sferzante  e malinconica, eppure leggera leggera.
Dopo  la notizia della sua morte alla radio c’era Caruso e  all’improvviso a Cheddonna  spuntò una lacrima… e lei credette di affogare.

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Sull’agenda di Cheddonna il 14 febbraio era circondato da un segno rosso a forma di cuore, come quando era una ragazzina  e aspettava con trepidazione che il ragazzo che le piaceva scegliesse proprio quel giorno per farsi avanti. Le era sempre piaciuto san Valentino, fin da quando, all’asilo, Davidino le aveva regalato un cuore colorato coi pastelli a cera. Era un giorno romantico, punto e basta. Eppure, da molti anni a questa parte,  era diventato solo un giorno come tutti gli altri.

Il fatto è che Miomarito considerava san Valentino una festa frivola e consumistica, creata al solo scopo di incrementare la vendita di fiori e cioccolatini, perciò da quando si erano conosciuti Cheddonna aveva smesso di festeggiarlo, in nome della nuova, matura consapevolezza che due persone che si amano non hanno bisogno di una festa per ricordarsene.

Per anni, dunque, aveva sorriso con sufficienza vedendo le sue amiche affannarsi a cercare un dono da fare a fidanzati o mariti, e aveva trovato sciocco il loro desiderio di celebrare a tutti costi quella festa commerciale e, diciamolo, persino un po’ kitsch.  E per anni era stata felice così.

Però, però…quel segno rosso sull’agenda l’aveva tracciato senza starci a pensare, distrattamente, e ora stava lì, senza senso, a incorniciare un giorno uguale a tutti gli altri, un altro san Valentino scivolato via. Cheddonna chiuse l’agenda e scrollò via i pensieri,  insolitamente pesanti, e con una lentezza che non riusciva a spiegarsi andò ad aprire la porta di casa.

Erano Miomarito e…una rosa.

“Ho pensato che non c’è ragione che io non ti dica che ti amo, solo perché oggi è san Valentino…non credi?” esordì, dopo averla baciata.

Cheddonna pensò che, dopo tutto, davvero san Valentino le era sempre piaciuto.

 

Quasi tutti hanno almeno uno zio prete, o una zia suora, o un cugino frate, qualcuno persino un monsignore, pochissimi, però, possono vantare tra i propri parenti più stretti uno zio vescovo. Cheddonna, naturalmente, era fra questi.
 Loziovescovo, così veniva chiamato in famiglia l’alto prelato, oltre naturalmente ad essere il prozio di Cheddonna,era nientepopòdimenoche il fratello minore di NonnaNenna, nonché pastore di una importante diocesi del centro Italia.
NonnaNenna, riferendosi a lui, era solita dire, con un misto di commozione e divertimento: “Da bambino l’era propri un baloss… le strade del Cielo sono infinite!”.
Uomo di fede indiscussa, raffinato cultore di musica ed arte, Sua Eccellenza era altresì  noto per la sua eleganza e per la sapiente abilità di  abbinare tra loro mitria e pallio e di scegliere l’esatta sfumatura di rosso paonazzo per le sue nuove scarpe, da abbinare con la fascia da cingere in vita e la mozzetta da porre sul capo. La sua croce pettorale, legata da un cordoncino verde e dorato era tra le più ammirate in Curia, per non parlare dell’anello e del pastorale, oggetti di straordinaria fattura e di rara raffinatezza. Insomma: oltre ad essere una guida autorevole per la propria comunità pastorale, Loziovescovo era senza dubbio un faro e un modello di eleganza per tutto il clero.
Capitava, infatti, che il suo segretario ricevesse, oltre alle consuete istanze che normalmente vengono rivolte ad un alto prelato,  raccomandazioni comprese, anche precise domande da parte di esponenti del clero da sottoporre a sua Eccellenza  su quali fossero le nuove tendenze di immagine della Chiesa del nuovo millennio.
Loziovescovo, pur ammonendo  il postulante in questione con un “ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”, non disdegnava, però,  di distribuire consigli o di esprimere disappunto nei confronti di qualche accostamento poco riuscito, con un “Ma come ti vesti!?” scandalizzato.
Nessuno aveva mai fatto caso, però, ad un piccolo rituale che sua Eminenza metteva in atto ogniqualvolta gli venisse posto un quesito di moda e bon ton. Il prelato, con una scusa qualsiasi, si eclissava dalla stanza e, estratto dalla tasca della talare un cellulare, componeva un numero di telefono. Sempre lo stesso. “Pronto, Cheddonna? Sono Loziovescovo, volevo chiederti…ma secondo te con le scarpe rosse, sono meglio le calze bianche o quelle blu?”
“Ton sur ton, zio. Non c’è dubbio.”
Ma questo era un segreto che nessuno avrebbe mai dovuto scoprire.

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