Bello aprire la pagina del blog (che è rimasta chiusa per tre giorni, mentre ero via) e trovare che una persona, dal Canada, pare, ha letto dodici articoli di seguito, compresa la pagina degli acquisti. Peccato non abbia lasciato un commento…

E’ da un po’ che ci penso, ma non riuscivo mai a decidere. E’ che ci si affeziona ai propri personaggi, dopo tanto tempo, ma gestire un blog, aggiornarlo costantemente, sforzarsi di non scadere nella banalità, è un impegno che va sempre preso molto molto sul serio. Io l’ho sempre fatto, forse anche troppo. Così, in questi cinque anni e mezzo, ho continuato ad aggiungere tasselli alle vicende di Cheddonna, creando pian piano una storia che ha visto i protagonisti crescere, e in qualche caso invecchiare. Ne  sono  nati due libri, e ormai ci sarebbe quasi materiale per pensare a un terzo, che per ora, tuttavia, non ci sarà. La verità è che scrivere a scadenza, come un blog richiede, è talmente totalizzante che è molto difficile dedicarsi ad  altri progetti, come quello del romanzo che ho iniziato due anni fa e che ancora non è concluso. Perciò ho deciso che non #tornodivenerdì, come ho sempre fatto negli ultimi mesi, ma che scriverò di Cheddonna quando e se avrò qualcosa di nuovo e di bello da  dire; comunque, tranquilli, #quandotornofacciounfischio.download (3)

Ci sono momenti in cui non ci sono parole. Spesso accade quando  pensieri troppo grandi o immagini troppo invadenti riempiono ogni angolo della nostra mente, rendendoci temporaneamente muti. E, spesso, è un bene, perché le parole possono essere pietre preziose oppure sassi, se si sbagliano momenti e toni.

Del resto il silenzio è d’oro, la parola, per quanto poetica possa essere, solo d’argento.images

A volte, invece, le parole non vengono perché si è troppo occupati a vivere il presente per racchiuderlo nel tempo determinato di una proposizione.

Oppure, semplicemente, le parole non ci sono perché è difficile parlare del futuro, e si ha anche un po’ di paura a tentare di indovinarlo, mettendo  delle frasi in fila.

Avrei tanti argomenti di cui parlare, custoditi in un cassetto virtuale e pronti per essere tradotti in parole, ma sono proprio queste a mancarmi, oggi, e quelle che potrei usare suonerebbero vuote e sciocche.

Perciò, forse solo per questa volta, non #tornodivenerdì. Sono sicura che mi capirete.

 

Credo che capiti a tutti coloro che scrivono, prima o poi. Quella sensazione di girare in tondo insensatamente, voglio dire.

Di gridare nel deserto.

Di stare intrattenendo un vivacissimo scambio di idee…con se stessi, più che con i lettori.

Di ottenere  consensi di convenienza, da persone che probabilmente non hanno letto nemmeno una riga di ciò che si è scritto.

Di continuare a essere  disinteressati e obiettivi nell’incoraggiare gli altri e nel promuovere i loro successi, ma di non ricevere quasi mai lo stesso trattamento.

Di essere fraintesi, e  giudicati presuntuosi, proprio da coloro che si conoscono anche  nella vita  reale, per questo voler condividere il proprio lavoro, e per l’entusiasmo che ci si mette nel farlo.

Di essere giudicati frivoli, perché far ridere, e sorridere,  si sa, è arte di serie B.

Di stare sprecando il proprio tempo, in fondo.

Poi c’è  chi, per averlo fatto sorridere in un momento buio, ti dice grazie e tu resti senza parole, ché tanto non servono, in questi casi. Ma smetti di  girare in tondo,  e ricominci a camminare, per la tua strada.

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Ci sono giorni in cui è il colore stesso del cielo a farti decidere quale umore indossare, tra tutti quelli possibili, e giorni in cui non si ha voglia nemmeno di alzare gli occhi per scoprire di che colore è, il cielo; giorni di addii mascherati da arrivederci, di frasi pronunciate per rassicurare quasi più se stessi che gli altri. In giorni come quello, Cheddonna si avvolgeva un po’ più strettamente nel suo impermeabile primaverile e camminava controvento, dodici centimetri sopra la terra, cercando di seminare la malinconia dietro di sé.

Poi, salita in macchina, tornava verso casa, seguendo le strade che faceva ogni giorno, più volte, e che pure, in quei momenti, le sembravano estranee. Ma se, colta da un’improvvisa ispirazione, decideva di deviare leggermente dal solito percorso, e imboccava il viale alberato che d’inverno non percorreva mai perché la vista degli alberi nudi contro il cielo le metteva troppa tristezza, ecco che la prospettiva cambiava improvvisamente.

D’un tratto, lungo i bordi della strada, decine di nuvole rosa accendevano di magia i marciapiedi, come tanti coni di zucchero filato, o piumini per la cipria, messi lì per far più bello il cielo. Cheddonna passava tra quelle due ali di alberi fioriti ogni volta con lo stesso, immutato stupore e si sorprendeva a pensare a come, talvolta, vedere “la vie en rose” dipenda soprattutto da quale strada si scelga di percorrere.

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