La cronica carenza  di aule nel liceo  de IlPrincipe aveva determinato la necessità, da parte degli insegnanti, di ottimizzare gli spazi, e così, da qualche tempo, i colloqui con i genitori si svolgevano contemporaneamente in un’unica stanza.

-Alla faccia della privacy!-pensava Cheddonna, facendosi faticosamente largo tra i banchi collocati a casaccio, per raggiungere la professoressa di disegno.

Sedutasi finalmente davanti all’insegnante, Cheddonna l’aveva ascoltata per un po’, cercando di ignorare il brusio di sottofondo dell’aula, poi, avendo realizzato  che, almeno per quella materia, non c’era nulla di cui preoccuparsi, aveva cominciato pian piano a staccare i contatti e si era messa quasi involontariamente ad ascoltare la conversazione che stava avvenendo due sedie più in là tra un padre che non aveva mai visto e un insegnante di inglese.

-L’ho fatta chiamare perché sua figlia l’ha fatto di nuovo,-stava dicendo il professore,-è entrata in ritardo di dieci minuti pur sapendo che doveva essere interrogata, ed è già la terza volta, questo mese.-

Il padre, con le braccia conserte, lo guardava accigliato, in silenzio. Cheddonna non aveva potuto fare a meno di tendere  ancor di più l’orecchio, per non perdere una sola battuta di quel dialogo che si preannunciava piuttosto interessante.

-E non è tutto,-aveva continuato il professore, mentre il padre lo fissava, sempre più scuro in volto,-guardi, guardi lei stesso: qui ci sono  ben cinque giustificazioni non firmate!- e, così dicendo, gli aveva mostrato un libretto dall’aspetto piuttosto vissuto.

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Le mamme della classe de IlPrincipe erano sul piede di guerra già da qualche giorno.
“La professoressa di lettere è impazzita! Tre verifiche in una settimana  nelle sue materie e siamo solo all’inizio di maggio!” si lamentava Laluisa.
“Senza contare che parte dall’otto nel dare i voti… la mia, che alle elementari aveva la media del dieci, non riesce a prendere più di sette e mezzo!” le faceva eco Lastregadisopra, rossa in volto.
“Mio figlio va a ripetizione di italiano dall’inizio dell’anno e nonostante tutto arriva appena al sei…è possibile?” scuoteva la testa la mamma di Amir.
“Adesso basta!” gridavano le altre mamme. “Cheddonna, in qualità di rappresentante di classe devi andare a parlarle!”
Cheddonna non era certo il tipo da tirarsi indietro, e, conscia del proprio ruolo, decise di accogliere l’appello delle altre genitrici.
L’occasione per affrontare lo scottante argomento sarebbe stata l’imminente assemblea di classe, in programma quella sera stessa.
All’ora stabilita venticinque mamme,  con le braccia incrociate e i volti atteggiati ad un comune sentimento di indignazione, sedevano ai banchi dei loro figli, in attesa dell’inizio delle ostilità.
Ad uno ad uno gli insegnanti e il preside entrarono e  presero posto, sotto gli occhi impassibili delle mamme in attesa.
Per ultima entrò la professoressa Tremendi, l’insegnante di lettere, una donna piccola e grassottella, con i capelli  ossigenati solcati da una vistosa ricrescita bianca, che ne tradiva l’età ormai prossima alla pensione. In mano stringeva una sigaretta che si affrettò a gettare nel cestino, tossicchiando nervosamente.
Dopo una breve presentazione del programma svolto e dell’andamento della classe venne lasciato spazio agli interventi dei genitori.
Di colpo il brusio di sottofondo si spense e nell’aula calò un silenzio carico di attesa.
“Buonasera, professoressa Tremendi”- esordì Cheddonna, con voce squillante.Tutti gli occhi erano puntati  su di lei e sulla sua interlocutrice.
“Come rappresentante di classe volevo farLe presente che molti genitori si sono lamentati per l’eccessivo carico di lavoro di questi ultimi tempi, soprattutto nelle Sue materie. Sa, siamo alla fine dell’anno e i ragazzi sono stanchi. E anche sui voti, ecco…”
Cheddonna non potè terminare la frase, perchè la professoressa Tremendi, ergendosi in tutto il suo metro e cinquanta di altezza aveva tuonato:”Sono capre, non studiano niente! Per quanto mi riguarda dovrebbero avere una verifica al giorno “, fulminando con lo sguardo la platea.
D’un tratto il silenzio lasciò il posto ad un brusio via via più intenso e inframezzato di “Eh sì!” “E’ vero.” “Giusto”.
Cheddonna si guardò alle spalle, cercando l’appoggio delle altre madri, ma esse non avevano ormai occhi che per la professoressa Tremendi, e  c’era chi sorrideva, chi annuiva, chi diceva che non c’erano più gli studenti di una volta e che era una fortuna che ci fossero ancora insegnanti così…
In quel momento Cheddonna,convinta di trovarsi  catapultata improvvisamente in una novella kafkiana, si sarebbe volentieri trasformata in uno scarafaggio…

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