A Cheddonna il vento era sempre piaciuto. Da bambina, nelle giornate ventose, amava guardare i due altissimi cedri del Libano del suo giardino oscillare e inchinarsi l’uno all’altro, in un dialogo muto e concitato insieme. Di volta in volta erano guerrieri invincibili, o navi in mezzo al mare in tempesta, o giganti minacciosi dalle chiome ondeggianti.
Amava anche l’elettricità dell’aria, in quelle giornate in cui niente sembra essere rimasto al suo posto, dopo che il vento è passato, e  le piaceva sentire quella piccola scossa quando sfiorava un oggetto carico di elettricità statica.
Ma, soprattutto, le piaceva quell’azzurro che solo il vento forte riesce a strappare al cielo, trascinando con sé ogni velatura, insieme ai vortici di foglie colorate, in autunno.
Fino al giorno in cui, salendo sull’auto con un faldone pieno di fatture da portare al commercialista, queste, a un tratto, le erano cadute sul marciapiede, sparpagliandosi qua e là, in balia di un vento dispettoso.
Cheddonna le aveva inseguite ovunque, rincorrendo quelle bianche farfalle fin sulla strada, su una cancellata altissima, sotto le auto in sosta.Alla fine, stremata, era riuscita a raccoglierle tutte, e le aveva buttate sul sedile dell’auto, riuscendo a chiudere la portiera un attimo prima che una raffica più forte gliele strappasse ancora di mano. Aveva un diavolo per capello, oltre alla messa in piega del tutto rovinata.
“Adesso capisco” pensava tra sé “perché tutti dicono che il vento rende nervosi…”

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